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Medaglia d’Argento al Valore Militare – Alpino  Dionigi Piletta

 

Varallo Sesia, gennaio 2011

 

Un grosso ringraziamento a Tiziano Bozio Madè per il materiale fornito e l’appoggio dato al mio lavoro

 

Riportiamo un articolo dell’agosto 2007, pubblicato su “Notizie Oggi”, in occasione dell’80° compleanno del Gruppo Alpini di Coggiola.

Il territorio sloveno segnato dalle poderose cime delle Alpi Giulie che dal Monte Nero vanno fino a Kranjska Gora è oggi apprezzata zona turistica estiva ed invernale. Impianti di risalita, vie chiodate, torrenti da fauna ittica, piste ciclabili e panorami di rara intensità offrono spazi e condizioni per soddisfare sciatori, escursionisti, pescatori, alpinisti, deltaplanisti.  Apprendo si internet di un “assalto al passo del Vrisc”, competizione che ricorre ogni primo sabato di settembre (una sorta di Varallo-Alagna).

Segni del tempo. Del Vrsic ero fermo ad altre storie. In termini geografici quanto storici mi è infatti più facile associare quel nome a quello di altri monti  (tutti alla nostra lingua così improbabili) quali Mrzli, Krn, Vhr e località come Drezenca e Kobarid. Tutta la zona durante la prima guerra mondiale ebbe carattere di primaria importanza e fu teatro di duri scontri tra i nostri battaglioni tesi a superare l’Isonzo ed il nemico al di là sistemato sulle cime prospicienti. Ne fa segno l’Ordine di operazioni n° 1 del nostro Comando  supremo in data 15 maggio 1915 che indicava gli obiettivi da raggiungere: per il IV corpo d’Armata erano il possesso della conca di Caporetto e successivamente di tutta la dorsale del Monte Nero.

Facciamo un passo indietro, vale la pena di ricordare come la “ferma” da noi, quando le potenze centrali già duramente si stavano massacrando con Francia, Gran Bretagna e Serbia, fosse allora di due anni. I reparti esistenti in tempo di pace erano composti da due classi di leva, dal ventesimo al ventiduesimo anno. Nel settembre del 1914, al momento della chiamata della classe 1984, già però non si era proceduto alla messa in congedo della classe 1892, e così a metà del 1915, con la chiamata anticipata della classe 1985, il nostro esercito permanente si trovò ad essere costituito da quattro classi di leva. Subito dopo, con la mobilitazione generale, si provvide al sistematico richiamo degli abili di prima categoria della classi a scalare fino al 1888 a loro tempo già poste in congedo illimitato.  Tra i tanti da Coggiola capitò a Dionigi Piletta, classe 1890 (di Alessandro ed Adelaide Bozio), richiamato ai sensi del Regio decreto 22 aprile 1915. Pensava forse di avere già dato. Ma non dovevano bastare un paio d’anni consegnati in Tripolitania e Cirenaica e nemmeno di averci quasi rimesso l’occhio destro per una scheggia dalle parti di Derna. Nella 41a Compagnia del 4° alpini c’era ancora posto per lui. “lo ricordo ancora bene il Nìs, racconta Dolores Piletta, oggi (2007 ndr) fresca centenaria coggiolese. Era un ragazzo forte, non grande di statura ma ardimentoso, e come lui lo erano anche i fratelli , il Fino ed il Berto, partiti tutti per il fronte, giovani che sono andati alla guerra proprio con spavalderia e senza paura”. Cosa quanto mai promettente in rispondenza alle aspettative dell’italico “maggio radioso”.

Con Dionigi torniamo al fronte. I battaglioni alpini del quarto reggimento poco dovettero attendere per scendere in campo. Ragazzi strappati alla vita contadina o ai colpi cadenzati di vecchi telai si trovarono ben presto a che fare con altra campagna e altro secco battere che rintronava dentro gli orecchi. Nella conca che da Caporetto scende a Tolmino già all’alba del 24 maggio le nappine verdi dell’Intra immolavano il primo caduto, le bianche dell’Ivrea facevano sacrificio di sangue sui costoni dello Sleme, mentre quelli della “bala rusa” riuscivano nella conquista del Globocak. Poi, tra luglio ed agosto, la lotta si rivolse decisamente  verso quella dorsale che va dal Monte Rosso attraverso il Monte Nero, il Vrata, il Vrsic, fino al Lipnik. Una dopo l’altra le cime videro in alternanza attacchi, ritirate ed ancora contrattacchi.

Le ho toccate da vicino quelle sommità, nei giorni di vacanza, e proprio mi è parso assurdo dover considerare come allora si finisse per far passare anche da lassù le supremazie delle potenze in guerra. E pare fuor di logica pensare che centinaia di ragazzi siano stati mandati su per inesistenti sentieri a prendersi alfine a fucilate o a fendenti di baionetta.

Una lotta aspra e continua doveva essere di per se la sola esistenza su quelle alture, contro le difficoltà di un territorio inospitale e quasi del tutto privo di vegetazione che non rilascia una sola fonte d’acqua e, come si ricava dal volumetto “Gli Alpini di fronte al nemico”: “durante i frequentissimi temporali estivi l’intera montagna era preda di strani fenomeni elettrici, per cui tutte le punte delle armi, dei reticolati, delle rocce stesse, lasciavano sfuggire delle fiammelle azzurre, talvolta silenziose, talvolta leggermente schioppettanti……….per cui oltre all’inevitabile impressionabilità dei soldati, molte volte si ebbero dei gravi danni alle persone: paralisi più o meno estese ed anche morti per folgorazione”. Non ultimi, naturalmente stavano i soldati di Cecco Beppe a creare le rimanenti e superiori difficoltà.

Dopo la metà di agosto le compagnie del battaglione Aosta avevano avuto il compito di allargare la nostra occupazione sul Vrsic, chiamate ad espugnare alcuni punti ritenuti di fondamentale importanza rimasti in mano all’avversario. Avanzare e retrocedere, come spesso avveniva in montagna, erano azioni assai consequenziali. Troppo vicine stavano posizionate le linee contrapposte, le quali finivano per essere prese e successivamente riprese, per essere utilizzate in maniera contrapposta dai contendenti nel volgere di poco tempo. Sicure rimanevano soltanto le perdite di uomini, sempre assai elevate. Così, a fronte della conquista della cosiddetta “trincea-osservatorio” austriaca, la 42a compagnia aveva ad esempio contato 100 uomini caduti rispetto ai 150 che avevano partecipato all’attacco.

Era poi un’assoluta spina nel fianco una poderosa parete rocciosa di un contrafforte del Vrsic, che minacciava il fianco orientale delle nostre posizioni. Vi stavano saldamente a presidio gli uomini della seconda compagnia 2° reggimento Landwehr dell’Imperatore d’Austria i quali dalla forte posizione avevano buon gioco a frenare i tentativi dei nostri. Si era oramai ai primi di settembre, il rischio di andare incontro alle prime nevicate senza aver atteso appieno i ruoli affidati, indusse i Comandi a decidere per un ardito colpo di mano: dare la scalata a quel muro di roccia, per conquistare il caposaldo nemico. L’operazione venne affidata ad una pattuglia scelta di esperte guide valdostane al comando del sottotenente Marco Elter e composta dai caporali maggiori Adriano Revel di Courmayeur , Giuseppe Dupont di Valsavaranche e da pochissimi alpini tra cui il nostro Dionigi Piletta audacemente prescelto lui, cresciuto alle creste del Cornabecco, alla pari di gente adusa alle risalite della Grivola e delle Grandes Jorasses.

La manovra prese il via dopo l’imbrunire attraverso quegli stessi percorsi altrimenti proibitivi alla luce del giorno fino a che, giunta inosservata sino ai piedi della posizione nemica, quando il buio era ormai profondo, la pattuglia ebbe modo di constatare da vicino quanto veramente fosse inaccessibile il luogo con mezzi ordinari. Trattandosi di agire di sorpresa gli alpini dapprima si arrestarono, appiattiti contro la roccia e trattenendo il respiro prima di accingersi alla risalita. Il nemico non dava segno di essersi accorto di nulla. Revel per primo prese ad arrampicare la parete portando con sé una corda e questa fissando alla roccia affinché i compagni potessero a loro volta risalire con minore difficoltà. I minuti e la tensione parevano interminabili. Dalle loro posizioni i commilitoni cercavano di seguire con ansia il progressivo risalire. La cordata si era assestata ormai in buona posizione. Da qui il caporal maggiore, imbracciato il fucile, centrò la vedetta austriaca in vista. Lo sparo rintronò sinistro nella trincea nemica. Un commilitone ne uscì sorpreso ed allarmato sporgendosi dal parapetto. Prontamente anche questo venne fulminato. Quando un terzo si mostrò, Revel, che era oramai ad un passo dal ciglio, con un ultimo balzo conquistò la posizione e prima che quello riuscisse a rendersi conto di quanto stava accadendo, con ferme braccia lo afferrò e scaraventò nel vuoto. In pochi attimi anche i compagni furono sulla trincea, con un frenetico e liberatorio grido di “Savoia!” che risuonò nella notte. Nello scontro furibondo, tra soldati distolti dal riposo notturno, colpi di fucile sparati disordinatamente e altri più mirati, con austriaci che fuggivano precipitosamente dalla posizione, rimanevano feriti Ravel, Elter ed il nostro Piletta.

A Coggiola il concittadino e la sua impresa furono prontamente rimarcati dal Comandante della Compagnia con una lettera del 13 settembre 1915:”Ill.mo sig.Sindaco, sono orgoglioso e fiero di poter comunicare l’atto di audacia compiuto dal Soldato Piletta Dionigi. Si trattava di occupare una cresta difficilissima ed oltremodo ripida e scoscesa. Il nemico era sopra e la teneva fortemente, di modo che l’occupazione di tale cresta sembrava una cosa non solo temeraria, ma addirittura pazzesca. Ciò nonostante il soldato Piletta con altri due soldati ed un ufficiale, con fiducia ammirevole e con sicurezza sovrumana si accinse alla rischiata impresa. Muniti di corda manilla, di punteruoli e toltisi le scarpe, i quattro coraggiosi poterono arrivare dopo un’ora e mezza di scalata, spaventosamente ripida, all’improvviso sulle trincee nemiche, facendo dei prigionieri e fugando un intero plotone. Il Comune di Coggiola può essere orgoglioso di questo suo figlio. Voglia, sig. sindaco, partecipare la notizia alla famiglia del bravo Piletta che deve essere superbamente fiera d’aver dato i natali a così bel soldato”.

Le fonti orali  tramandate in paese dicono di una squadra, di un plotone, di una compagnia, fatti prigionieri dal Piletta. I numeri col tempo, si sa, dilatano e le imprese tendono ad assumere contorni da vicenda epica. Rimangono indelebili le medaglie d’argento al valore consegnate  a seguito dell’azione. Altrettanto è certo che per il Nìs, e nonostante il suo spirito, la guerra fini lì. Inviato in licenza straordinaria di convalescenza in attesa di espletamento delle pratiche mediche e legali in data 15 settembre 1915 nelle settimane successive fece ritorno a casa.

E’ sempre Dolores Piletta a ricordare:  “lo hanno portato su fino a Piletta seduto su di una sedia con due barre, come una portantina. Era ferito in una gamba che non poteva camminare. Quando sono arrivati nella piazza di S.Francesco c’era tanta gente del paese a salutarlo e fargli festa”.

Conservano gli eredi quella patinata medaglia ma l’atto cartaceo con la notizia ahimè, su quello proprio non si riesce più a metter mano. Ma vale la pena rintracciarlo. Traggo dal “Libro eroico delle Provincia di Biella” edito dall’Istituto del Nastro Azzurro: “Durante l’attacco ad una altura rocciosa e scoscesa, si arrampicava con altri due alpini ed il proprio ufficiale, sulla cresta riuscendo a sorprendere ed occupare una trincea nemica. Ferito gravemente al ginocchio destro continuava a combattere, e non si lasciava trasportare se non quando tutto il plotone non fu giunto sulla posizione. Monte Versic , 11 settembre 1915”. Con un ulteriore piccolo sforzo vale la pena di arrivare fino al “foglio matricolare”. Questo, conservato nell’Archivio di Stato di Vercelli, attesta di come il nostro valoroso, matricola 29965, fu “mandato in licenza straordinaria  di convalescenza  in attesa di espletamento pratiche medico legali il 15 settembre 1915; e successivamente……….inviato in congedo perché riconosciuto temporaneamente inabile al servizio………….quindi prorogata la posizione del congedo temporaneo con assegno rinnovabile per la durata di altri due anni perché in seguito a nuovi accertamenti venne ancora riconosciuto inabile al servizio militare…………ed infine già in congedo assoluto  dal 1° settembre 1918 deve considerarsi come inviato, in congedo assoluto, perché riconosciuto permanentemente inabile a seguito di infermità proveniente da cause di servizio”. Non si congedò mai invece il suo valore. Un ricordo ormai lontano ma altrettanto limpido mi riporta l’immagine di un vecchio dai baffetti bianchi, il viso segnato dagli anni, allungato a far gara con due orecchie smisurate, la mano fermamente tesa sulla fronte sotto la tesa del largo cappello alpino in atto di saluto ed in un incerto quanto fiero “attenti” sostenuto dalla canna che mai abbandonava. Era un 4 novembre di una quarantina di anni fa, al Parco della Rimembranza, a Villa. Mentre rilasciavano le note dell’Inno del Piave, una fastidiosa pioggerella turbava i musicanti della “Verdi”. Non lui, che aveva saggiato le fredde brume dell’Isonzo.

Lègru a tùch

alpino aldo lanfranchini


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