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dedicato al migliore amico dell’Alpino, il MULO ** In questi giorni di vacanza, durante le piccole escursioni sui nostri monti, oppure seduto sulla lobia della casa di Riva, ripercorro sentieri lontani ed i ricordi vengono alla mente vigorosi e lucidi, come se gli episodi fossero successi solo qualche giorno addietro, invece sono trascorsi anni, lustri, da quei momenti e gli amici e compagni di allora (molti) fanno da sfondo a tutto quanto dei momenti belli ed a volte meno belli, ma pur sempre vissuti con entusiasmo e con lo slancio degli anni verdi. Tra questi amici, stranamente mi viene da ricordare alcuni episodi vissuti direttamente, pochi per la verità, in compagnia di quello che durante la naja era sempre presente nella vita di caserma o nelle esercitazioni e nei campi, quell’animale cosi fedele e forte che era ed è nella tradizione delle truppe alpine, il testardo e forte MULO. Rivedo il mulo dell’alpigiano Garbela, al Loté, quando lo conduceva a Foresto per caricare le vettovaglie mie e dei miei amici e lo comandava con la sua voce roca e forte; amici con i quali durante l’estate soggiornavo presso la sua baita qualche giorno per avere come base le camminate al Lùvot ed al Gavala ed il buon mulo alleviava la salita portando la maggior parte del peso sino "ant’ la baita". L’altro mulo con il quale ho avuto a che fare lo conobbi a Rastiglione, quando da ragazzino accompagnavo "al Cech" nei boschi nel suo lavoro di taglialegna ed io imparavo a conoscere il mulo ed a condurlo sui sentieri e mulattiere, ed ancora il mulo chiamato "ministru" dal Giuachin della valle Sassolenda, che quando aveva fame girava per la fraz. Fontane e metteva la testa dentro le finestre delle case per farsi dare da mangiare. La vita mi ha poi portato a percorrere strade, autostrade, aeroporti ed il mulo è rimasto nei ricordi, ma sempre con una viva simpatia, al punto che a volte, ricordando quei momenti era come immergermi nelle fresche acque del Sesia durante l’estate e la fatica e lo stress venivano con l’essere attenuati nella loro pesante calotta. Questi i ricordi diretti che mi hanno portato alla ricerca di scritti ed aneddoti sul mulo, sollecitato anche da un disegno originale fattomi avere dall’amico Egy e tracciato dall’alpino Carlo Rossi nel lontano 1942, sul Montenegro, disegno avente come soggetto dei muli imbastati (che allego in calce alla presente). Da li i ricordi vanno a quanto appreso durante l’addestramento in caserma, vale a dire che i muli sono stati introdotti subito quali ausiliari nel corpo Alpino, sin dal 1872, i muli avevano un nome che (atto n°132 del 1877) veniva marchiato a fuoco sullo zoccolo a 15 cm sulla fascia esterna nella zampa sinistra anteriore " a conveniente distanza della corona del piede". Purtroppo nel 1991 si pensò fosse giunto i momento di tagliare i costi e così i muli furono ridotti drasticamente ed il loro organico passò rapidamente da 3500 a 700, ora sono solo un ricordo anche se, pare, il loro impiego sia stato consigliato in Afghanistan, sulle alture tanto simili alle nostre montagne. Infine il congedo del mulo: quando diventava vecchio ed inutilizzabile non veniva soppresso, ma passava la sua vecchiaia in apposite stalle o venduto a privati e gli si imponeva un marchio a fuoco a forma di croce sulla coscia sinistra (dimensioni mm 60x60, lato croce mm 10). A lui sono anche state dedicate la "preghiera del mulo", comparsa sull’Alpino nel 1948 e la "preghiera del mulo al suo conducente" divulgata dal Gen. Roberto Scaranari. Ora Vi sottopongo due episodi riguardanti il mulo . Il primo è narrato dal Gen. Giuseppe Bruno ufficiale veterinario nelle campagne della seconda guerra mondiale sui fronti occidentali, greco-albanese con la Div. Tridentina ed infine russo con la Div. Cuneense e con la 121ma infermeria quadrupedi del Corpo d’Armata Alpino. Lo scenario del primo episodio è l’Albania ad Han: …."era impressionante udire sulla mulattiera, di notte, l’affannoso ansimare dei conducenti e dei muli, contrappuntato dall’ossessivo "sgnac-sgnac" degli scarponi e degli zoccoli". "La notte l’è, ‘na brutta bestia " osservava qualche conducente allorché si facevano corvè al buio. E, in effetti, quell’ansito collettivo nelle ostili notti albanesi pareva uscire dalla gola di un mostro sconosciuto. Dopo tre, quattro ore la corvè raggiungeva le linee e per gli alpini che stavano lassù erano momenti di festa perché "ostrega, el ghè ben fra ste bestiasse el mul che gà la posta e il vin". E il mulo che portava vino e posta era il primo ad essere liberato dal carico. Prima di riprendere la via del ritorno i conducenti si concedevano un’ora di sosta. In pochi minuti consumavano quel poco che avevano con sé, bevevano un caffè caldo ed un bicchiere di vino, attaccavano le musette di biada al muso dei quadrupedi e poi si buttavano nel primo ricovero col telo tenda che sempre portavano al seguito e si addormentavano d’acchito. Tre quarti d’ora di oblio e poi, giù in discesa, per una nuova cura integrale di fanghi. La discesa era forse più penosa della salita in quanto la fatica delle ore precedenti aveva rotto le ginocchia ed allentato i riflessi e più facilmente uomini e muli cadevano nel fango. Ma in coda alla colonna vi erano i conducenti ed i muli che non potevano, non dovevano cadere. Erano quelli addetti al trasporto dei feriti, dei congelati, non di rado morti. Un pietoso carico umano che poteva essere smistato nelle retrovie unicamente a dorso di mulo". (da "Storie di Alpini e di muli" di Giuseppe Bruno) Il secondo episodio è tratto da "centomila gavette di ghiaccio" di G.Bedeschi e narra un episodio successo a Jvanowka, sul fronte russo; i personaggi sono gli artiglieri alpini della 26E’ Batteria della Julia…….."La fronte consisteva di una rada unica riga di circa trecento uomini distesi sulla neve, disposti ad arco a circa 600 metri oltre l’abitato. Il nemico cominciò ad avanzare guardingo, lentissimo, parve voler distendersi di preferenza in un più vasto raggio, abbracciando il paese lontano. Non Sparava. Solo dopo un’ora di attesa un sibilo fischiò nell’aria ed una granata scoppiò sull’abitato di Jvanowka. "Serventi ai pezzi" disse Reitani. Attorno ai cannoni era stato trattenuto un minimo di servizio; gli altri artiglieri imbracciato il fucile, s’erano stesi nell’esile arco inframmezzati agli alpini. Una batteria russa aprì il fuoco sul paese……. Le fanterie russe cominciarono ad affacciarsi su un costone antistante l’arco difensivo. Alcune loro mitragliatrici incominciarono a cantare nell’aria tersa, gli alpini controbatterono con le armi automatiche…..Le isbe cominciarono a bruciare, la neve zampillava di sempre nuove fontane lasciando sul terreno il nero dei crateri scavati dalle granate. Reitani rispose sparando a zero sui reparti che premevano sulla filiforme linea degli alpini…..Sul finire della mattinata i russi mutarono tattica: cessarono di lanciare reparti compatti. "Non riescono a sfondare! Si fermano". Esclamavano i soldati esultanti. "E’ mezzogiorno, si fermano a mangiare" commentava ironico il sergente Sguario, capo pezzo del quarto pezzo. Essendo pressoché cessato l’urto delle fanterie, l’artiglieria russa infieriva ora con maggiore furia sottoponendo il paese ad un martellamento continuo. Una slitta ed un mulo presso un pezzo saltarono in aria . "Guarda Scudrèra" disse il capitano a Serri indicando il conducente che metteva al riparo il suo mulo dietro una pila di cassette di granate. Scodrèra aveva passato il braccio attorno al collo del mulo e col viso appoggiato al muso gli andava accarezzando la mascella. "Non aver paura" – gli diceva lisciandogli il pelo – "ci sono sempre qua io, il tuo padrone non si dimentica di te, stai sicuro: piuttosto che lasciarti fare prigioniero ti sparo, una fucilata in un orecchio. Va bene?", gli domandava infine sorridendo e tirandogli l’orecchia, e poiché gli era vicino, affettuosamente gliela baciava, senza esitazione e senza pudore……
-La leggenda di Schena e del suo mulo- (dalla bibliografia del Capitano Giliberti Gilberto di Prai)
L’artigliere alpino Schena, classe 1910, distretto militare di Belluno, era la macchietta dell’8° Reparto Salmerie della Divisione Julia. Magro, lungo ed allampanato portava nelle carni il marchio delle privazioni e delle fatiche sopportate da sempre. Le gote smunte ed incorniciate da una barbetta caprigna gli conferivano un’aria grottesca maggiormente accentuata dal peso della grande testa schiacciata tra le spalle cadenti. Le braccia lunghe e magre, anche quando camminava, gli ciondolavano inerti lungo i fianchi e terminavano in due manone spesse e callose dello stesso colore del cuoio. Al centro del capo, che portava pelato, spiccavano due lunghi ciuffi di capelli simili ai due ciuffetti di peli lasciati sulla criniera rasata dei muli della sua sezione (la 2a) per distinguerli. Schena era, infatti un conducente della 2° sezione e questo era la sua grande ambizione, il suo orgoglio. Nino, il mulo che gli era stato assegnato, per una bizzarria del caso aveva più di un punto in comune con il suo conducente. Il modo stesso come era bardato (non erano serviti insegnamenti, consigli, ammonizioni) conferiva alla povera bestia una somiglianza quasi fisica con l’alpino. Affinità elettive……? Certo è che l’uno era fatto per l’altro; un affetto quasi umano li legava.
….Dopo il mulo Schena nutriva una devozione particolare per il tenente, il "suo" tenente, perché lui l’aveva capito! Il tenente aveva capito la sua fame atavica e gli passava i supplementi rancio e gli permetteva, cosa a cui ambiva in sommo grado, di intrufolarsi in cucina a pulire le marmitte (ci scappava sempre qualcosa per calmare la sua fame insaziabile). Il "suo" tenente gli leggeva le lettere della morosa e lo aiutava a sbrigare la rara corrispondenza che lo legava alla vecchia madre lasciata ad intristire in una baita del lontano villaggio di montagna. Perché il "suo" tenente chiudeva un occhio su tante cose della "naja" che il povero Schena nella sua ingenua bonomia non riusciva a capire e che gli avrebbero potuto causare anche qualche grattacapo. Questo era il conducente Schena e questa che racconto la sua ultima avventura. ……Finalmente a notte inoltrata arrivò l’ordine di ripiegare su Mariewka in direzione ovest verso Waluiki. Si camminò senza soste tutta la notte. L’alba ci sorprese impegnati in una marcia durissima, resa lenta dalle piste gelate e dal sovraccarico dei muli e delle slitte. Un vento gelido e tagliente soffiava da tramontana e mozzava il fiato; già si contavano i primi congelamenti. Ad Olichowatka fummo presi di mira dal cannoneggiamento di alcuni grossi carri armati russi. ……Giungemmo a Mariewka verso l’imbrunire. Il freddo, la fame, la stanchezza ci avevano spossati. Si distribuì un po’ di rancio caldo approntato alla meno peggio e poi si ripartirono gli uomini sfiniti dal freddo e dalla fatica suddivisi per squadre nelle varie isbe del villaggio affinchè potessero rinfrancarsi per affrontare le avversità che ancora li attendevano. Sentinelle venivano accuratamente disposte nei punti nevralgici del paese. Lo sfinimento ci fece piombare in un sonno profondo e pieno di incubi. …..Ci giunse dall’esterno il crepitio rabbioso di alcune mitragliatrici. La notte era fonda; nell’aria gelida sfrecciavano le scie luminose tracciate dai proiettili. Di corsa ci radunammo in un punto precedentemente convenuto. Anche i nostri incominciarono a sparare; imbastimmo una debole difesa e ci riordinammo per proseguire verso ovest. Contammo le prime perdite, alcuni uomini infatti della squadra comando mancavano all’appello. ……Verso l’alba si presentarono al Ten. Gilibert un ufficiale ed un caporale di sanità. Facevano parte di un ospedaletto da campo che operava nelle retrovie del fronte. Ci misero al corrente della loro situazione e quasi implorarono che venisse loro assegnata una slitta per trasportare due feriti gravi che la sera precedente avevano dovuto abbandonare in un’isba, affidandoli alle sole cure di un loro commilitone. L’ufficiale comandante la Sezione avrebbe potuto scegliere a caso ed ordinare a l’uno od all’altro dei conducenti di invertire la marcia. Il tenente Gilibert preferì invece parlare ai suoi Alpini; a loro prospettò la necessità, il dovere di soccorrere due commilitoni feriti che chiedevano, imploravano il loro aiuto. "chi si sente di offrirsi volontariamente si faccia avanti". Ci fu un attimo di incertezza, poi, ecco con il suo passo ciondolante avanzare il nostro Schena, seguito dal suo inseparabile mulo. "agli ordini, sior tenente, se è solo per questo ghe vado mi. Mi go niente da perder…." E rivolto al mulo "elo vero, Nino?". "mandi" Schena, povero "vecio" Schena, umile e rozzo alpino del Cadore, ancora ti vediamo mentre sul bianco immacolato della neve ti allontanasti tenendo per la cavezza la tua "creatura". Nei nostri occhi è rimasta impressa la tua goffa e sgraziata immagina che rimpiccioliva allontanandosi verso l’orizzonte. Eri divenuto un nero puntino che si perdeva nella candida e sconfinata desolazione della steppa gelata, fino a scomparire per sempre.
-Linda ed il suo……."Cavaliere" (dalla bibliografia di Giliber Gilberto) Linda era la mula più scorbutica e cattiva del reparto perché, quando uno meno se l’aspettava, zampava, calciava e mordeva senza che il malcapitato potesse difendersi; ma……era una mula straordinariamente bella, forte e resistente come se ne erano viste mai. L’unico che riusciva ad avvicinarla senza correre pericoli era Tonello, il suo conducente che, chissà come, dopo lunghi e pazienti tentativi era riuscito ad accattivarsene le simpatie prima, ad addomesticarla ed ad addestrarla poi. -"bisogna capire le femmine!"- rispondeva immancabilmente con un sorriso sornione a chi se ne stupiva. Il conducente artigliere alpino Tonello, un bel giovane friulano. Alto e robusto come un querciolo, "libero docente nell’arte di arrangiarsi" come si autodefiniva con malcelato orgoglio, era in verità, per riconoscimento unanime, un vero professionista in materia. Linda ed il suo conducente formavano una copia veramente eccezionale, un binomio assurto ad una notorietà che varcava i confini del reparto e che il seguente episodio confermerà.
Fronte russo – inverno 1942- Siamo accantonati nel villaggio di Sotniskaja, un "kolkoz" che dista una quindicina di chilometri dalla cittadina di Rossoch, importante centro ferroviario nelle immediate retrovie del fronte. E’ il giorno di Natale, un Natale di guerra triste e pieno di incognite. Le notizie di "radio scarpa" non sono buone, una sensazione di dolorosa incertezza grava su tutti, preludio della tragedia che a giorni si abbatterà sul Corpo d’Armata Alpino. E’ una giornata luminosissima e freddissima che sorge su un panorama gelido e vitreo, irripetibile fuori dalla Russia. Il termometro nella notte è scesa a sotto i 25°. Con i colleghi sono stato a fare gli auguri al Capitano che ci riceve in una povera isba che funge da sede del comando del reparto. Dopo i soliti convenevoli si brinda con una tazza di pessimo caffè…..(un lusso, il solo di cui possiamo disporre!). Stiamo per congedarci quando preceduto da un "tanti auguri, buon Natale" – entra nell’isba il nostro Tonello che, tra la meraviglia di tutti i presenti ci offre, con un inchino ed un sorrisetto malizioso, un barilotto da cinque litri di autentico "cognac" francese, (raro in quel luogo ed in quell’epoca quanto lo sono oggi le pietre lunari). Rimaniamo di stucco e pensiamo subito ad uno scherzo, ma ci ricrediamo dopo un primo assaggio del nettare divino, che ha il potere di riscaldarci il corpo e di ridarci animo. Siamo curiosi, ora, di conoscere la provenienza di simile tesoro, ma tutto è vano, il nostro benefattore si schernisce ed a nessuno rivela il suo segreto, che solo più tardi a me verrà confidato da un suo inseparabile compagno di avventure dopo formale promessa che avrei taciuto a tutti la verità. Verità che dopo tanti anni mi sento autorizzato a svelare: eccola! -da qualche giorno il Tonello dopo il regolare faticosissimo servizio di comandata, consistente nel rifornimento quotidiano di viveri e munizioni ai reparti dislocati sul fronte, appena rientrato al reparto dedica alla sua mula particolari cure energetiche, consistenti in una speciale miscela di biada, orzo e frumento che solo lui sa come procurarsi. Dopo la lauta "foraggiata" ed una buona dose di rilassante "brusca e striglia", lascia riposare la mula sino sul far della notte e quindi con il favore delle tenebre ed all’insaputa di tutti, se ne va, "cavaliere solitario", caracollando la sua intrepida giumenta, sino alla stazione ferroviaria di Rossoch. Qui da oltre una settimana velivoli russi bombardano ogni notte, quasi sempre alla stessa ora, il deposito e lo scalo ferroviario. Il conducente Tonello ha, attraverso i misteriosi canali di "radio naja", captato una notizia che è per lui della massima importanza: un convoglio tedesco, di cui fa parte un vagone carico di barilotti di cognac, proveniente dalla Francia, è stato bombardato. Notizie come questa sono all’ordine del giorno in quegli anni disgraziati e non incuriosiscono nessuno, ma è la qualità della merce nascosta fra le rovine dei carri ad attirare l’attenzione ed il massimo interesse del Nostro che, per raggiungere il suo Eldorado, escogita segretamente una rischiosa impresa. Si nasconde nei pressi del deposito guardato a vista da sentinelle tedesche e……..come suona l’allarme aereo e tutti se la squagliano alla massima velocità, il nostro "eroe" si introduce furtivamente nel parco ferroviario dove si trova il "favoloso tesoro", afferra quanti più barilotti di cognac può, li sistema sulla sua imperturbabile mula e prima dello sgancio delle bombe sull’obbiettivo esce precipitosamente dalla stazione in groppa alla Linda che, consapevole della grande responsabilità che le tocca, ce la mette tutta per poter portare in salvo il prezioso carico ed il suo temerario "cavaliere". Incoscienza………………….? Temerarietà……………………..? NO, più semplicemente arrangiarsi all’alpina
Si potrebbe andare avanti all’infinito con racconti ed aneddoti, ma rimandiamo tutto ad un'altra occasione, Lègru a tùch alpino aldo lanfranchini
nota: non sono a conoscenza di come il disegno sia giunto sino in Valsesia e di dove fosse originario l’Alpino Carlo Rossi; ho fatto ricerche presso la Sezione della Valtellina, in quanto fu capo gruppo dell’allora sottosezione dagli anni 60 sino al 1985, data del ritiro per motivi di salute, l’Alpino Carlo Rossi, mi auguro che la richiesta di notizie abbia buon esito per completare il tutto.
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