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lA MADONNA DEL DON Varallo Sesia, 12 novembre 2010
Nello scorso ottobre, una delegazione della "Valsesiana" si recò a Sampierdarena per la commemorazione dei 150 anni della nascita del Generale Cantore, quello del "paradiso". In quell’occasione gli Alpini di Sampierdarena pubblicarono un opuscolo per ricordare l’avvenimento sul quale comparivano parecchi ricordi e racconti veramente unici; ne ripropongo qui uno relativo all’origine della "Madonna degli Alpini", riconosciuta in Italia ed all’estero come "Madonna del Don". Il racconto è tratto dal racconto autografo del frate cappuccino nonché Cappellano Alpino Padre Policarpo Narciso Crosara. -Molti giornali e riviste parlarono della Madonna del Don pellegrina per le vie d’Italia, dando risalto a questa fede cristallina come le acque sorgenti dalle rocce dei loro monti, ma pochi hanno fatto notare i rapporti umani dei nostri alpini con le popolazioni ucraine che non vedevano nelle penne nere un nemico, ma il soldato che faceva la guerra senza odio e senza rancore. La Madonna del Don ha origine da uno di questi episodi di umana comprensione.- Ogni tanto giungeva dalle retrovie frettolosa e scompariva fra le isbe del villaggio, una simpatica vecchietta. Girava tra le macerie delle isbe abbandonate, cercando qualcosa che soltanto lei sapeva. La guerra era passata per di là seminando disordine e devastazione. Il villaggio era a due passi dal nemico accampato sull’altra riva del fiume. In quella donna ogni alpino vedeva la sua mamma, lasciata nel paese lontano a piangere e pregare per lui. Passava in mezzo agli alpini senza timore; quardava loro con materna bontà ed il loro "pope" con venerazione e rispetto. "Non vedete che questa gente povera e sconsolata se ne va di corsa………che volete che vengano a fare……..hanno qualche straccio tra le rovine" rispondeva il Comandante del Battaglione, il Magg. Zaccardo dal cuore grande e magnanimo, a chi gli faceva osservare queste capatine dei russi nel villaggio in prima linea. Un giorno la donna non tirò diritto, di corsa, come al solito, ma si fermò davanti al "pope" dalla penna nera sul cappello: "Non so, -gli disse sottovoce quasi temesse di farsi sentire- non so come mostrarti la mia riconoscenza per tutto il bene che fai alla nostra gente. Là tra le macerie della mia isba c’è una icona che mi è tanto cara. Vieni, aiutami a levarla, te la dono. Nelle mani tue è al sicuro più che in qualsiasi altro luogo". Io sapevo che le icone della Madonna erano per il popolo russo qualcosa di veramente sacro. Per antichissima tradizione alla figliola che si sposa la mamma, come se fosse un rito sacro singolare, offre una icona, affinché nella nuova isba ne diventi l’angelo tutelare. Ci incamminammo verso il grosso del villaggio che dà nella balka che si apre verso il fiume, quando scorsi alcuni alpini farmi segno di attenderli. Venivano affannati in cerca di me. Arrivarono con il fiato grosso: "Vieni. C’è una bellissima Madonna laggiù……." –indicandomi un gruppo di isbe- "Vieni a prenderla tu". Risposi che la portassero nella loro postazione. Sarei andato a vederla più tardi. Gli alpini insisterono: "il tenente ha detto che devi venire tu a raccoglierla". Mi indicarono l’isba verso la quale mi stavo incamminando con la buona vecchietta. Quale non fu la mia sorpresa quando mi accorsi che l’isba, diventata un cumulo di rovine, era quella della donna e l’icona, che spuntava da quel groviglio di calcinacci, serramenti e travi era la stessa icona indicata dagli alpini. La donna me la consegnò. Mi pareva che le mani le tremassero e la voce fosse rimasta in fondo al cuore……Quel volto di Madonna mi apparve tanto diverso dalle solite icone e tanto simile alle belle Madonne dei nostri paesi. In quel momento mi parve di vedere là presenti, stretti intorno alla Sacra Icona, due popoli, in guerra tra loro, sentirsi fratelli, uniti nello stesso amore per la Madre di Dio, in un’ora di odio e di sangue…….. La mia isba ancora risparmiata dalla guerra, poi la ridotta nella balketta dei Kirpinski diventarono cappella, convegno degli alpini. Qui la venerata icona ebbe il suo primo altare, in prima linea, e vi rimase finchè cominciarono a giungere al Comando Battaglione notizie preoccupanti. I carri armati tedeschi in appoggio alla nostra linea a un bel momento scomparvero…..ma dall’altra sponda del fiume giungeva a notte piena il rumorio crescente dei grossi cingolati russi. Il gelo stringeva nella sua morsa la steppa e le sue rovine. Il Don agghiacciava a prova di bomba. I pattuglioni nemici attaccavano sempre più audaci, spingendosi fin sotto le postazioni. Le rive del fiume rintronavano dagli scoppi degli obici pesanti e dal fragore delle katiuscie. Un alpino con lo zaino in spalla arriva alla mia ridotta. Spinge la testa entro la porticina sconnessa: "Padre Ti saluto, vado in Italia…..-aggiunge visibilmente commosso- Ho la mamma che sta male! Prega per lei; le porterò la tua benedizione…." Fu un attimo passarmi davanti gli occhi la dolce figura di mia madre….Feci entrare l’alpino. Staccai dalla parete di terra la Sacra Icona e gliela consegnai. "Ti manda la Provvidenza! Portala a mia madre. Tu hai la fortuna di tornare in Italia, noi non usciremo da questo inferno. Dille che la custodisca per tutte quelle povere mamme che non vedranno il nostro ritorno; così sarà loro di conforto, perché davanti a Lei hanno pregato i loro figlioli". Così partì dal fronte per l’Italia l’icona, portandosi via il nostro cuore. Non ricordo il giorno, ma penso fosse la metà di dicembre 1942 quando gli alpini incominciarono a buttare giù pagine di sangue e di eroismo quali nessun reparto ha scritto nell’ultima guerra. : l’Icona della Madonna del Don fu portata in pellegrinaggio dal settembre 1954 in 80 città e paesi, nelle terre venete,lombarde,marchigiane e friulane sino ad arrivare a Mestre (Venezia) nel maggio 1966. Al Suo arrivo, l’indimenticato alpino Peppino Prisco ne tracciò la storia con parole commosse. note Ora è esposta nella nuova chiesa dei Frati Cappuccini.
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