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Febbraio 2011

Tratto dagli scritti dell’allora Ten. Gilibert

-Ljuba-

 

Nell’autunno del 1942 il Corpo d’armata Alpino aveva terminato la sistemazione delle tane sotterranee nelle quali si apprestava ad affrontare il lungo e rigidissimo inverno.

Mandati in Russia per misurarsi con i cosacchi sul Caucaso, per una delle tante incoerenze di quella guerra, erano stati invece trasformasti da Alpini in fanti della steppa sul fronte del Don. Aveva già nevicato abbondantemente ma le giornate, assai fredde erano limpidissime. La guerra in quel settore sembrava ferma; rarissimi i colpi di arma da fuoco, solo per scaldare le armi. Un ricognitore nemico, tuttavia, quasi giornalmente sorvolava le nostre posizioni. Era un vecchio aeroplano da turismo tutto tela e cartone. Una sola volta aveva lanciato degli spezzoni incendiari, colpendo un "nostro" minuscolo magazzino nella vicina Podgornoye, con grande soddisfazione di un comandante di reparto, il quale, finalmente, sapeva come scaricare quelle tre coperte mancanti dall’inventario sin dalla partenza dall’Italia. Non avevamo contraeree efficienti e, d’altronde, il fastidio causato dal piccolo aereo (noi lo chiamavamo Pippo) non giustificava nemmeno una nostra reazione.

Una mattina sulla pista distante pochi chilometri dallo nostre "isbe" transitò lentamente una colonna tedesca. Autocarri, carri officina, due autoblinde. Prontamente il piccolo ricognitore sovietico apparve, ci sorvolò ed andò a curiosare quello che succedeva sulla pista stradale.

Ma questa volta si scatenò la "muta" degli scoppi, un’aiuola di fiori rossi, gialli, verdi, alcuni grandi, altri più piccoli, alti e bassi, a destra ed a sinistra della preda.

I tedeschi sparavano con tutte le loro armi, dalle autoblinde ai fucili mitragliatori piazzati su alcune moto-sidecar. L’apparecchio volava alto appena tre-quattrocento metri e quasi impazzito cercava di sfuggire al tiro avversario.

I minuti erano eterni e tutti eravamo presi dall’istinto primordiale della caccia, ma parteggiavamo in cuor nostro per la selvaggina.

La rosa dei tiri si restringeva, ma il bersaglio mobile non abbandonava la sua rotta. Mi sorpresi a gridare "Vira!-torna indietro". La mente si spostava lassù sulla carlinga, lungo una traettoria che avrebbe potuto in qualsiasi istante essere recisa dalla morte. Poi avvenne qualcosa di impercettibile, la sosta di un attimo, nel quale tutto sembrò fermarsi, anche il battito dei nostri cuori. L’aeroplano russo divampò, una fiammata azzurra vivida pur nel ceruleo cristallino del cielo terso. Un’ampia curva lo portò quasi sopra di noi poi la sua rotta si spezzò, da orizzontale divenne verticale. Cadde piano per un poco, poi di colpo andò ad incastrarsi col muso nella neve.

Due corpi vennero catapultati sull’immacolato manto nevoso mentre un lento fuoco finiva di distruggere l’aereo.

Accorremmo ed io fui presso a quello che mi apparve come il pilota. Era un maggiore non più giovane….viveva, anche se svenuto e mi pareva ferito solo leggermente. Lo feci portare al nostro posto di pronto soccorso dal Serg.Magg Colomba che con me era intervenuto per portare aiuto ai due aviatori.

Il Serg.Magg. Masera, intanto, si era accostato all’altro corpo inerte. Mi chiamò e mi disse: "niente da fare…è morto!".

Mi avvicinai al caduto e fissai quel giovane volto disteso (quasi sorridente nella morte) dai tratti lievemente asiatici. Gli slacciai il leggero casco di cuoio ed allora una vera cascata di biondissimi ondulati capelli si sparse sulla neve facendo corona a quel giovane viso. Era una ragazza di circa vent’anni, non bella, ma piena di una commovente e serena semplicità. Le chiusi gli occhi, le aprii delicatamente il pugno della mano sinistra nel quale stringeva qualche cosa che le scendeva dal collo. Era una catenella di metallo con una croce ortodossa, afferrata forse nell’estrema preghiera. Gli Alpini non nascondevano la loro commozione. Un "vecio" mormorò: "potrebbe essere mia figlia" ed aveva gli occhi umidi.

Intanto il furiere procedè al primo esame dei documenti ed all’editenficazione:

……..Ljuba, anni 19…….sergente osservatore……….

La seppellimmo a ridosso di unna collinetta, avvolta in teli tenda, la piccola croce al collo. Dopo la sepoltura arrivò l’artigliere alpino Cancian, carpentiere nella vita civile, portando una rozza croce di legno con inciso a fuoco un nome -L JUB A-

Più tardi quando a gennaio ci ordinarono di lasciare le posizioni che i nostri baldi Alpini avevano vittoriosamente difeso, andai alla tomba di Ljuba.

Ormai anche la croce in legno era sepolta dalla neve e sperai che più nessuno la vedesse e che la furia delle future battaglie la rispettasse sino a quando a tarda primavera dopo il grande disgelo, i fiori selvaggi della steppa l’avessero accolta e protetta fra di loro

Addio, addio Ljuba!!


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