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La guerra 1915-1918 vista dall’altra parte del reticolato…………….** alpino aldo lanfranchini Marzo - Aprile 2011
Spesso, leggendo di battaglie, azioni personali e/o di pattuglia, leggendo di fortificazioni e trincee la storia si intreccia con quella dell’allora nemico, "Franz" oppure "Tugnin" anche "Crucco" ma comunque allora un nemico che non faceva altro che obbedire ad ordini, sopportare le stesse fatiche e brutture della guerra degli alpini, insomma combattere per la propria Patria e pregare lo stesso Dio degli Alpini affinché la sorte gli fosse amica e riportare a casa la "ghirba". Succede così di incontrare scritti di soldati austro-ungarici che spesso, se cambiassimo i nomi propri ed il modo di esprimere i gradi gerarchici di comando, nonché i reggimenti, potrebbero benissimo essere stati scritti da italiani. Vogliamo ora proporre qualcuno di questi scritti perché il leggerli ci avvicina all’uomo, al padre, al fratello, all’amico, al camerata e lo fa conoscere e capire indipendentemente dalla divisa che indossava in quel tragico periodo. Devo dire che ogni qualvolta mi sono trovato a parlare della "Grande Guerra" con degli Austriaci, la discussione è sempre stata improntata nel reciproco rispetto per quei tristi tempi senza mai trascendere e senza mai lasciarsi, al termine, con rispetto; quando la stessa cosa avveniva (avviene tutt’oggi) in Alto Adige, vi è sempre stata incomprensione ed un muro di ostilità per la maggior parte degli " Italiani" che dimorano in quelle contrade per cui è ormai da tempo che diserto quella bellissima terra che vive e prospera grazie all’autonomia regionale, prende, pretende ma non partecipa e non si integra.
"Non l’odio ci ha divisi in guerra, ma il dovere di servire la Patria". –Barone Giuseppe Ippolito, (dal discorso pronunciato il 13 maggio 1979 a Siazzo Rendena per l’inaugurazione del Museo della Guerra Adamellina). la notte di sangue del Forte POZZACCHIO (per gli austriaci Werk Valmorbia) – tratto da scritti di G.Pieropan- traduzione di G.Pasetto il 16 giugno 1916 il XIX battaglione di marcia del 1° reggimento Landeschùtzen (Capitano Arthur Birkopf), proveniente dal campo di addestramento di Bressanone, giunse nei pressi di Rovereto; il giorno appresso si mise in marcia verso Albaredo ed alle ore 9 sostò lungo la strada poco a nord del villaggio, in attesa di ordini. Si riteneva di dover raggiungere il reggimento, che in quel momento si trovava in linea presso Foxi, onde integrarne i ranghi. Invece alle ore 11 del 18 giugno, il comando divisionale trasmise da Foppiano, dove risiedeva, l’ordine di scendere a Leno e di varcarlo durante la notte sul 19 giugno, poi risalendo la sponda opposta fino all’altezza di Pozzacchio. Poiché la passerella di Sich era stata distrutta dagli italiani all’inizio della loro ritirata, gli uomini dovettero affrontare il guado con l’acqua fino al petto e vincendo la corrente assai impetuosa. Intanto era sorto il mattino e poiché il proseguire la marcia poteva attirare in quel punto il fuoco dell’artiglieria nemica, con risultato di provocare inutili perdite, venne concessa una breve sosta e se ne approfittò per consumare il rancio presso il mulino situato a sud-ovest di Spino. Scesa nuovamente l’oscurità, si riprese il cammino e, senza incontrare ostacoli, il battaglione arrivò a Forte Pozzacchio alle 12.30 del 20 giugno. Quest’opera corazzata si trovava in corso di avanzata costruzione allo scoppio della guerra con l’Italia; tuttavia mancavano ancora le corazzature e le cupole d’acciaio, con relativi cannoni. Lo scarso numero di forze disponibili sul fronte trentino nel marzo 1815 esigeva la scelta di una linea difensiva possibilmente breve che si estendeva dal ciglio sovrastante Rovereto al M.Finonchio: quindi il Forte non ultimato dovette essere abbandonato senza combattimento ed il nemico, dopo averlo occupato ed essersi spinto ancor più in direzione di Rovereto, vi lasciò un presidio di sicurezza. Quand’ebbe inizio l’Offensiva della primavera 1916, presto la nostra bandiera sventolò nuovamente sul Forte Pozzacchio al posto di quella sabauda: da quel momento esso ebbe ancora un compito da svolgere. Gli alloggi però erano pessimi e molto angusti: oltre al presidio, formato da una compagnia di circa 100 fucili, vi erano le nostre tre compagnie di marcia, forti di ben 500 uomini, altre 200 lavoratori, alcuni artiglieri altri genieri: questa massa d’uomini era stipata in umide caverne che al massimo avrebbero potuto contenere cinquecento uomini. La situazione strategica in quel momento vedeva la 3° e l’11° Armata profondamente penetrate in territorio nemico; ma l’offensiva di Brusilov sul fronte orientale aveva prodotto conseguenze tali per cui si era reso necessario il ritiro di numerose unità dallo scacchiere sud-ovest e quindi la sospensione della promettente offensiva contra l’Italia. Per questo motivo si era altresì reso necessario un accorciamento del fronte e perciò, con il cuore gonfio d’amarezza, anche la divisione Landesschùtzen dovette iniziare il ripiegamento previsto. In questo contesto tattico, al XIX battaglione di marcia spettò per intanto il compito di costruire una posizione di sbarramento a M. Trappola. Il pomeriggio del 20 giugno, munito degli attrezzi necessari, il reparto si trasferì lassù. Iniziandovi senza indugio l’opera affidatagli. Il 24 giugno il 1° Landesschùtzen, si sganciò dalle posizioni di Sòmmele e di Mènderle portandosi in parte sulla strada di Valmorbia e in parte, attraverso la Val dei Foxi, retrocedendo verso M.Testo e M.Spil. Il XIX battaglione venne rinforzato con la 9° e 12° compagnia del I° reggimento, al comando del Capitano Heyrowsky, e gli venne ordinato di tenere saldamente M.Trappola finchèil grosso del reggimento avesse raggiunto le nuove posizioni. Il ripiegamento si svolse indisturbato ed all’insaputa del nemico; il 25 giugno quest’ultimo ancora insisteva nello sparare con i grossi calibri sulle trincee dov’erano rimaste soltanto rade pattuglie. Solamente nel pomeriggio del 26 esse subirono i primi attacchi ed allora si ritirarono dopo aver distrutto i ponti ed incendiato i materiali non trasportabili. Le avanguardie italiane si approssimarono molto cautamente al Trappola, attorno al quale si accesero più tardi violenti combattimenti: per due giorni la preponderante fanteria nemica, sostenuta dall’artiglieria, cozzò contro le posizioni tenute dai Landesschùtzen senza ottenere alcun risultato, grazie all’eroismo dei difensori, Il compito venne dunque assolto splendidamente, consentendo al reggimento di sistemarsi indisturbato e di rafforzarsi sulle linee prestabilite. Nel pomeriggio del 28 giugno la guarnigione del Trappola ebbe l’ordine di rientrare al Forte Pozzacchio, che ora costituiva un caposaldo fondamentale della nuova linea. Lasciando in retroguardia alcune piccole pattuglie, il reparto ruppe il contatto col nemico: la 1° e la 3° compagnia di marcia, assieme alla 9° del 1° reggimento, s’incolonnarono lungo la strada e lungh’essa raggiunsero il forte; la 2° compagnia di marcia e la 12° del 1°, che dovevano procedere lungo le pendici di M.Spil, vi arrivarono soltanto al mattino del 29. Subito dopo il capitano Heyrowsky, con la 9° e la 12° compagnia, proseguì per Vanza, mentre il XIX battaglione del capitano Birkopf pernottava nel forte, il cui presidio era costituita dalla 1° compagnia (capitano Helm) e dalla sezione mitragliatrici del I/1° Landesschùtzen (tenente Obrist). La strada di accesso al villaggio di Valmorbia era sbarrata da tre avamposti forniti dalla 1° compagnia, mentre i pendii verso il fondovalle dalla 2° compagnia (tenente von Cles). Oltre il Leno era schierato il 2° reggimento Landesschùtzen. La 4° compagnia del 1° reggimento (tenente Enrich) era di riserva in una vasta caverna situata dietro il Forte, dalla quale si poteva raggiungere l’opera principale attraverso una specie di galleria. Il Comando del battaglione (Cap. Platter) si era sistemato nella sella tra il forte e le pendici di M.Spit in una piccola caverna. Gli italiani avevano notata la partenza del Gruppo Heyrowsky e, profittando della notte buia, attaccarono le posizioni tenute dalla 1° compagnia lungo la strada da Valmorbia. L’avamposto più avanzato venne sopraffatto dal nemico con l’impiego dell’arma bianca ed i pochi superstiti caddero prigionieri. Gli altri due avamposti situati lungo la strada, come pure i militari impiegati nell’installazione dei reticolati, riuscirono a trattenere gli italiani che procedevano a ranghi serrati: nell’oscurità quest’ultimi intimarono in tedesco ai nostri reparti di ritirarsi. In tal modo un intero battaglione, forte di 10 ufficiali, 500 uomini e 5 mitragliatrici riuscì ad arrivare indisturbato sino al Forte: quest’impresa, indubbiamente audace, venne anche favorita dal fatto che il comandante di quel battaglione aveva retto per quasi un anno il comando del presidio italiano al Forte e quindi aveva un’eccezionale conoscenza sia dell’opera che del terreno circostante. Alle ore 4 del 29 giugno, quindi appena mezz’ora dopo che era rientrata dal Trappola l’ultima compagnia, il capitano Birkopf ricevette questa laconica comunicazione: "Gli italiani sono qua". Subito egli corse nelle trincee del Forte per constatare quanto effettivamente fosse successo, ma com’egli uscì fu fatto segno ad alcuni colpi di mitragliatrice. Immediatamente pose in allarme il XIX battaglione, ordinando alla 1° compagnia (sottotenente Wimmer) ed alla 3° (tenente Philipp) d’irrompere ciascuna dal proprio sbocco e di attaccare il nemico, mentre la 2° compagnia (tenente Schòpf) sarebbe rimasta temporaneamente nel forte quale riserva. Appena impartite queste disposizioni, egli venne infornato dal comandante del Forte, capitano Helm, che il capitano Platter aveva telefonato soltanto la parola "Allarme" e poi l’apparecchio era ammutolito. Nel frattempo gli italiani avevano postato le mitragliatrici davanti alle uscite del Forte, nonché contro l’ingresso della caverna dove stava la 4° compagnia (tenente Enrich), onde impedire la sortita dei reparti. Poiché la porta della caverna dove si trovava il capitano Platter era di lamiera leggera, dopo breve ma violento fuoco di mitragliatrici gli italiani riuscirono a pervenire ad appena venti passi dal posto dov’egli si trovava, lasciandogli appena il tempo di gridare "allarme" al telefono. Poi, in numero soverchiante, si erano precipitati su di lui, sul suo aiutante sottotenente del genio Lenek che, assieme ad altri otto telefonisti e venti genieri, furono catturati e condotti via. Adesso era importante per gli italiani l’interrompere i collegamenti: quindi tagliarono i fili del telefono e si accinsero ad assaltare il Forte. Fin qui la sorpresa aveva funzionato, ma un po’ più tardi i " Welschen" (termine usato per indicare gli abitanti dei confini italiani con l’impero austroungarico, ndr) avrebbero sperimentato una delusione: malgrado l’intenso fuoco di mitragliatrici diretto contro le uscite, la 3° compagnia di marcia e quella del ten. Enrich riuscirono a liberarsi: tutt’intorno regnavano morte e distruzione, un vero e proprio inferno. Ma la piccola schiera di valorosi, non appena poté sbucare dalle caverne, si gettò all’attacco: con temerarie puntate la compagnia uscita dal Forte riuscì a catturare le mitragliatrici puntate davanti allo sbocco, abbattendovi i serventi. Intanto la 4° compagnia, che con sprezzo della morte era uscita dalla caverna, avvolgeva audacemente gli italiani alle spalle ed ai fianchi. Quindi passarono al contrattacco anche la 1° e 2° compagnia di marcia guidate dal capitano Birkopf, che strinsero il nemico da ogni lato; mentre dalle pendici di M.Spil la 3° compagnia del tenente Kob iniziava un efficace tiro contro gli italiani. In breve i "Welschen" si videro circondati da ogni parte, mentre la morte mieteva abbondantemente nelle loro fila. Una parte di esse gettò le armi ed alzò le mani, mentre un’altra che cercava di salvarsi con la fuga, venne presa sotto violento fuoco delle mitragliatrici del Forte. Nel giro di pochi minuti cento e più italiani giacquero morti e feriti; purtroppo giacquero uccisi anche l’eroico capitano Platter, il sottotenente Lenek e qualche geniere, che gli italiani avevano trascinato con loro; il sottotenente Vogl, i telefonisti e gli altri genieri vennero liberati. Sul terreno della lotta intorno al Forte Pozzacchio, si contarono tra morti e feriti 6 ufficiali e 160 militari del 69° reggimento fanteria italiano (in verità si trattava del 72°, ndr) i rimanenti vennero catturati illesi; oltre a materiale bellico di vario genere, il bottino di armi consistette in 5 mitragliatrici e circa 450 fucili. Degli italiani che erano giunti al Forte nessuno tornò indietro: così il loro attacco di sorpresa, inizialmente riuscito con l’astuzia, si concluse con una splendida vittoria dei Landesschùtzen. Il brillamento della vetta del Monte Cimone, 23 settembre 1916, racconto del Magg. Otto Sedlar. Traduzione di G. Pasetto-adattamento di G.Pieropan Questa descrizione intende tracciare a grandi linee un quadro dell’audace impresa attuata il 23 settembre 1916, dalle nostre truppe, per assicurarsi il possesso dell’importante sommità del M. Cimone. A guisa di bastione essa si protende fra le valli del Pòsina e dell’Astico; costituiva un semplice avamposto del 59° fanteria salisburghese e, in conformità agli ordini ricevuti, era stata abbandonata dalla sua guarnigione il 23 luglio 1916, causa lo schiacciante imperversare dell’artiglieria nemica. Gli italiani avevano perciò occupato la cima senza combattere, secondo i loro ben noti metodi poi strombazzando a tutto il mondo questa impresa e spacciandola come una grande vittoria. In verità dovettero accontentarsi di occupare soltanto la cima, perché uno sbarramento con sacchi a terra rapidamente eretto dai nostri e posto di traverso l’angusta cresta situata a nord della vetta, stabili un limite alla successiva avanzata italiana. …….dopo un tentativo fatto con la fanteria per la riconquista del M.Cimone , vista l’impossibilità di un successo senza un enorme spargimento di sangue, scaturì nel comando austriaco il progetto di far saltare in aria la contesa vetta e conseguentemente iniziarono gli studi ed i difficili preparativi tecnici, che occuparono il mese di agosto. La direzione tecnica poté considerarsi in buone mani allorquando venne affidata al famoso ed esperto conquistatore del Forte Ratti, il tenente del genio Albin Mlaker. Si predispose un camminamento che in dieci giorni permise di arrivare all’entrata della caverna: i bravi zappatori, i quali avevano perduto soltanto tre uomini rimasti feriti, avevano lavorato a diciotto metri dal nemico, quasi con gli occhi negli occhi. Un attacco di sorpresa tentato dagli Alpini rimase ancora una volta infruttuoso. Ancora più difficili dovevano però risultare i lavori di mina. Misurazioni avanzate stabilirono per il cunicolo la direzione voluta e la più opportuna collocazione della camera di scoppio. Con andamento più obliquo rispetto al nostro, ma forse a maggior profondità, gli italiani stavano scavando a loro volta. Nella tremenda tensione che allora si produsse, apparve chiaro che, ai fini del successo, la rapidità di esecuzione costituiva l’elemento determinante. Il 31 agosto il tenente Mlaker comunicava per la prima volta gli esiti della sua ascultazione circa i lavori nemici, in tal modo fornendo rinnovato incentivo alla volontà di ottenere il successo finale. Il 1° settembre venne accertata la direzione di un cunicolo nemico che sembrava puntare sulla nostra caverna: subito esso venne neutralizzato con un contro cunicolo spinto avanti con la massima celerità. A questo punto il nostro lavoro assunse un lavoro frenetico, malgrado il disturbo arrecato dagli avversari mediante il lancio di bombe a mano. Il 6 settembre il cunicolo principale giunse esattamente sotto la posizione nemica e si ebbe così la percezione che il lavoro fosse ormai ultimato. Impercettibile, ma inesorabile, si avvicinava così il destino del nemico. Le batterie battevano le cime italiane e nel frattempo i lavori di scavo procedevano con ritmo regolare e veloce; ancora si doveva portare avanti e sistemare l’esplosivo, operazione quest’ultima da eseguire non appena si fosse accertato con sicurezza che la camera di scoppio si trovava esattamente sotto la postazione italiana. La scelta del momento in cui effettuare il brillamento dipendeva dal coincidere di due fattori. Grazie all’energia ed allo spirito di sacrificio dei bravi fanti del 59°, superando ogni difficoltà gli esplosivi vennero inoltrati e sistemati con rapidità da superare ogni ottimistica previsione. Bisogna anzitutto essere grati a quegli uomini se il 23 settembre l’esplosione poté verificarsi nel momento più sfavorevole per il nemico, vale a dire durante il cambio delle truppe in linea: la nuova guarnigione appena giunta sulla postazione e non ancora ben orientata sulla medesima, divenne più facilmente preda dello sconforto e del panico; inoltre venne evitato che una troppo lunga permanenza degli esplosivi nei cunicoli molto umidi causa il tempo piovoso, ne compromettesse l’efficacia. Durante le prime ore del 20 settembre, adottando tutte le misure di sicurezza e con la massima cautela onde non porre in allarme il nemico, venne iniziato il caricamento ed alle ore 18 del giorno 22 la camera di scoppio era pronta;il giorno innanzi il ten. Mlaker aveva confermato l’esatta ubicazione della camera stessa, specificando che il brillamento poteva aver luogo il 23 settembre: in tal senso venne deciso. Nel buio delle prime ore di questo giorno fatale per gli italiani, reparti del loro 153° fanteria e gli Alpini del battaglione Val Lèogra stavano scendendo a valle dopo aver lasciato la vetta del Cimone. Poche ore innanzi col favore delle tenebre, il loro posto era stato preso dal I° Battaglione del 219° fanteria proveniente da Schio. Stanchezza, spossatezza, accompagnavano i muovi arrivati nella ricerca di ricoveri destinati ad accogliere il riposo. Ad un tratto due rombi di paurosa potenza, immediatamente successivi l’uno all’altro, infrangevano il silenzio mattutino, inducendo la colonna scendente a valle a fermarsi ed ad ascoltare inorridita. Prima gemendo in tutte le sue strutture, e poi ritornando tranquillo, il monte si sollevò e dopo un attimo centinaia di macigni attraversarono l’aria ululando furiosamente. Ed allora provenne dalla vetta l’urlo di disperazione che ne accompagnò la scomparsa, emesso dagli italiani del 219° fanteria rimasti travolti dalle macerie. Conforme quanto previsto, con inesorabile precisione, l’opera di distruzione era stata compiuta. Alle ore 5.45 lo stesso tenente Mlaker, premendo il bottone dell’apparato di accensione, aveva provocato lo scoppio. La vetta del Cimone non esisteva più: al suo posto si apriva un enorme cratere profondo 22 metri e largo circa 50; nel corpo della madre terra, ben visibile anche da lontano, ora ci mostrava la mostruosa ferita infertale e tutt’introno era un caotico ammasso di rovine. Dopo l’esplosione va all’attacco la fanteria, gli italiani con un fuoco furioso contrastano l’avanzata. Due dei tre comandanti di colonna, i sottotenenti Wachtel e Hayer cadono eroicamente e con essi anche loro uomini. Ma nessuno desiste dalla lotta e, sostenendosi a vicenda, i tre gruppi completano l’accerchiamento. I superstiti del presidio nemico del Cimone depongono le armi, davanti ad una nuova e splendida prova della più volte sperimentata capacità bellica del nostro 59° fanteria. Sono le ore 6.00! I nostri cannoni fanno sentire la propria voce con un nutrito fuoco di sbarramento intorno al Cimone. Le batterie nemiche ancora tacciano ma dopo una ventina di minuti cominciano a sibilare i loro proiettili provenienti dal Monte Caviojo e dalla Val di Silà,ma ormai è troppo tardi. Malgrado le perdite che essi cagionano, la nostra fanteria mantiene tenacemente il terreno conquistato e prima delle 17 il combattimento ha termine. Fino al 4 ottobre furono catturati 482 italiani, fra i quali 10 ufficiali; ben 8 mitragliatrici, un lanciagranate, due bombarde, due perforatrici, un lanciafiamme e molto altro materiale bellico. Sotto le macerie giacevano però molti sepolti e con ciò il I° Battaglione del 219° fanteria poteva considerarsi distrutto. Il nostro successo era stato ottenuto con perdite relativamente esigue e cosi gli italiani avevano goduto solamente per due mesi il possesso del M.Cimone. Nella nostra storia bellica deve rimanere però imperituro il ricordo di questo glorioso fatto d’armi, quale ottimo esempio di eroica cooperazione fra fanteria, genio ed artiglieria. Così pure non va dimenticato come, nonostante l’inesorabile logica della guerra cui drasticamente si doveva sottostare, la tragedia del 23 settembre 1916 si concluse con un episodio di autentica umanità. Sotto le rovine del M.Cimone giacevano centinaia di italiani sepolti il cui recupero non era possibile, causa il fuoco straordinariamente intenso della artiglieria nemica: cosicché i lamenti e le grida di aiuto dei sepolti ancora vivi giungevano strazianti sino ai nostri soldati. Soltanto per motivi umanitari si decise da parte nostra di esprimere presso il Comando italiano un tentativo inteso a stabilire una breve tregua, onde permettere di salvare almeno una parte dei sepolti. Esso sortì esito negativo, perché al nostro parlamentare venne rifiutata la proposta e con futili pretesti gli italiani abbandonarono spietatamente alla loro sorte i compatrioti rimasti vittime di una spaventosa fatalità e questo nell’assolvimento del proprio dovere. Profondo e giustificato fu lo sdegno con cui i prigionieri italiani accolsero la decisione del loro comando: essi la pensavano in maniera ben diversa ed infatti si offersero di cooperare alla salvezza dei commilitoni sepolti. Con totale abnegazione e spirito di sacrificio, anche i fanti del 59° s’impegnarono nell’opera di salvataggio, ponendo in gioco la loro vita sotto il fuoco nemico. Anche il 28 settembre, vale a dire 120 ore dopo la catastrofe, ancora si udivano implorazioni di aiuto. Fino al 2 ottobre una novantina di italiani vennero strappati alla loro tomba di pietra, in condizioni di completo esaurimento fisico oppure feriti. In quei giorni conquistammo non solo il successo, ma dimostrammo di possedere anche il senso di umanità. La battaglia del M.Pasubio – ultime fasi. – adattamento F.Brunello Tratto dal diario del Ten. Jakoncig: La fanteria ci sparava di fronte, il fuoco dei "tschin-bum" ci infilava dai due lati, l’artiglieria sparava alle spalle e gli alpini si accingevano ad avanzare. In questo drammatico momento, erano circa le 17, giunse il Ten.Steiner con tre plotoni e subito gli ordinai di rinforzare lo schieramento. Tuttavia i primi che avanzarono finirono a terra morti o feriti; vidi un ferito con un bossolo di scarpe conficcato in una gamba. Il comandante del plotone Goller dovette retrocedere perché ferito; vidi cadere Bosch ed al suo fianco il volontario d’un anno Muracher; il sottufficiale Cogol era paralizzato da una ferita alla spina dorsale. Anche in questo secondo contrattacco io dirigevo al centro, Stainer a sinistra e Matscher a destra; lanciammo potenti hurrà e, dopo cinquanta passi, ci trovammo sotto il tiro delle bombe a mano lanciate dagli alpini, che ci causarono gravi perdite. Tirammo il fiato appiattandoci nei crateri scavati dall’artiglieria e feci passare di uomo in uomo quest’ordine: "dopo tre fischi lanciare una salva di bombe a mano e quindi passare all’attacco". Sibilarono i fischi convenuti, volarono le bombe, balzammo in piedi e ci trovammo davanti gli alpini, con i quali subito si accese una lotta corpo a corpo. Presso di me cadeva subito ucciso il comandante del plotone Puffer. Cadde il volontario di un anno Mair, rimase gravemente ferito il volontario Wasserman della 4° compagnia: fu questo il più violento corpo a corpo cui avessi mai preso parte. ……….. Ora stavamo nell’avamposto e nel caposaldo riempiti di macerie e colmi di morti e di feriti. Incessantemente volavano pietre, schegge roventi, membra di caduti e feriti. Poiché il nostro numero si assotigliava dovemmo in ultimo ritirarci nel caposaldo, dove Stainer rimase ferito da una granata. Anche Matscher ed io rimanemmo coperti di terriccio ma ne uscimmo illesi. Solamente verso le 22 l’artiglieria nemica attenuò il tiro e pattuglie avversarie vennero cautamente in avanscoperta,ma furono respinte. Ai soldati austro-ungarici privatissimi, era giunto a dare il cambio il II° battaglione del 3° reggimento Kaiserjàger (Cap. Fleischner): nell’avanzato pomeriggio del 18 era salita sulle contese rocce l’8° compagnia,il cui comandante, Ten. Rostacher, aveva assunto il comando della Sezione 7, tenendosi però al fianco del valoroso ten. Oberguggenberger quale prezioso consigliere. A questi uomini, quasi tutti bosniaci, era pervenuto l’ordine perentorio di scagliarsi con tutta la veemenza possibile contro gli alpini, per liberare il dente nella notte sul 19; ma i tenacissimi aostani avevano tenuto duro respingendo ben tre successivi attacchi, e solo quando all’alba ricevemmo l’aiuto dapprima la 6° e successivamente la 1° compagnia del II/3 TJR cedettero di fronte alle nostre soverchianti forze alle quali era stato ordinato di agire "senza riguardo per le perdite". Ed infatti non badarono alle perdite questi generosi Kaiserjàger così come avevano fatto i loro confratelli del I reggimento. Il Ten. Oberguggenberger annotava nel suo diario: "il numero degli Jàger sopravvissuti a quest’ordine non fu grande: La 1° e 4° compagnia che lasciavano per la seconda volta il dente, erano decimate e pochi sopravvivevano ancora degli ufficiali e soldati saliti lassù a settembre e che per un mese intero erano rimasti ininterrottamente in simile inferno. La mia 4° compagnia solamente il 17 e 18 ottobre aveva perduto 3 ufficiali e 116 uomini tra morti, feriti e dispersi. Le perdite complessive subite dal II e dal IV/1° TJR in questi giorni, dovrebbero stimarsi sui 300 uomini, forse più che meno." Nei superstiti restò incancellabile il ricordo dell’orrore e del dolore per la perdita di tanti compagni caduti. Ed ancor oggi, in tutti coloro che albergano nel proprio cuore il rispetto per gli spiriti generosi ed il culto per della Patria non si affievolisce l’infinita ammirazione per quanti non esitarono ad offrirsi all’estremo olocausto. Il Col. Brig. Otto Ellison, comandante della 1° Brigata Kaiserjàger, così lasciò scritto: "si ricordi che per il possesso del Pasubio i combattimenti decisivi si svolsero su uno spazio largo appena 80 metri e che su di esso, in una lotta durata giorno e notte dal 9 al 19 ottobre, vennero impiegati da una parte e dall’altra centinaia di combattenti esposti ad un fuoco tremendo di cannoni e di bombarde. Solo allora si potrà ottenere un quadro realistico degli avvenimenti e dell’eroismo che in pari misura dimostrarono attaccanti e difensori, adempiendo al loro dovere in servizio della Patria. Il Pasubio rimane per i Kaiserjàger e per gli alpini il monumento di un sacrificio inaudito e di una gloria imperitura."
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