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1942/43 – ritirata dalla Russia

 

La letteratura relativa alla ritirata dalla Russia, il sacrificio di migliaia di Alpini mandati a combattere in un territorio  pianeggiante , non adatto alle armi in dotazione e non adatto all’addestramento ricevuto, non adatto all’equipaggiamento in essere e non adatto all’organizzazione logistica, ma soprattutto non sentito minimamente dagli Italiani come “spazio vitale”, è ormai conosciuta essendo stata divulgata da scrittori che l’hanno vissuta in prima persona e che hanno portato a casa la “ghirba” a costo di sacrifici enormi.

La gloriosa Julia, la Tridentina, la nostra Cuneense…. insomma i nostri Alpini hanno scritto anche in quelle terre pagine di gloria e di abnegazione ed hanno sempre tenuto alto l’onore della Patria anche se quella guerra era una cosa avulsa dal loro modo di pensare e capire il mondo.

Ricordo come se la cosa fosse successa ieri, in 5° elementare, quando il maestro Sacchi lesse in classe una pagina di un reduce che aveva fatto la ritirata dal Don; eravamo una cinquantina di ragazzi in quella classe ma non si sentiva volare una mosca dall’attenzione che la lettura chiedeva a noi; scoprimmo anche che il nostro bidello, Carlo Cerini, (si, allora di bidello ora uno solo) era stato insignito di medaglia d’argento al valor militare per la campagna d’Africa del 1936  e ben 3 croci al valore nella guerra successiva ( 1940-43/45; pensate quanti anni di guerra il mio bidello ha dovuto sopportare e quindi forgiare un carattere duro, eppure il mio ricordo della sua persona era quello di un uomo “vecchio” (quando si hanno dieci anni anche i ventenni sono vecchi) con una bella pancia che portava con orgoglio e di una figlia (sposa di un alpino),  che ancora oggi quando capita l’occasione di rincontrarci, non manca mai di un abbraccio.

Questi ricordi dell’infanzia, mescolati con le letture che in seguito hanno approfondito la conoscenza dei fatti e degli uomini, non hanno fatto altro che temprare il carattere e l’orgoglio di essere Alpino. In più, leggendo ed ascoltando durante gli anni trascorsi a raccogliere i dati sui medagliati Valsesiani, mi sono sempre di più convinto che la nostra bella Valle merita di essere conosciuta molto  più di quanto non lo sia; per le sue bellezze ma soprattutto per la gente che l’ha abitata e la abita tutt’oggi.

Da qui l’impegno di approfondire sempre di più la conoscenza della storia dell’ultimo secolo  degli uomini Valsesiani che lo hanno vissuto affinché le loro storie non vengano relegate nell’oblio. Ed è per questo che tra qualche giorno intervisterò, con il prezioso aiuto di Anna Maria Martinoli, tutti i reduci Valsesiani dell’ultima guerra mondiale e raccogliendo poi tutte le interviste su di un DVD. Almeno quello che potrà essere ancora raccontato non andrà disperso.

Ma veniamo ai racconti di oggi, sono quattro, di autori diversi ma che hanno tutti vissuto in prima persona la ritirata ed anche se il loro stile nel raccontare gli eventi è diverso, traspare in tutti il coraggio e la ferrea volontà senza i quali la loro piastrina sarebbe oggi sotto qualche centimetro di terra nell’immensità della steppa russa.

Segnalo anche un’opera che rispecchia profondamente lo spirito alpino e che vale la pena essere vista. Trattasi  “del’esperienza e le emozioni provate nel percorso di 200 Km. Dal Don a Nikolajewka, ripetuto a piedi in solitaria, nel gennaio 1998”, autore Fabio Ognibeni.   Il DVD sul quale è diffusa l’esperienza mi è stato donato da Daniele del gruppo di Romagnano, compagno di naja di Fabio al quale ci possiamo rivolgere per avere una copia della storia.

Scolpito nella memoria quello che ebbe a dire un generale russo al termine della guerra: “L’Armata Rossa hanno sconfitto l’esercito Italiano, non gli Alpini”.

 

aldo lanfranchini        -        agosto/ottobre 2011

 

-1- da “centomila gavette di ghiaccio” di Giulio Bedeschi (Mursia Editore)

……..calava la sera, le corde che legavano i muli alle slitte divenivano rigide sbarre ghiacciate. Quando la superficie della pianura ondulava nel saliscendi di basse colline, l’occhio dei soldati vedeva l’enorme colonna nereggiare e perdersi agli estremi, nel fosco della notte incipiente.

Ora che le tre divisioni alpine, la divisione di fanteria, i reparti tedeschi, ungheresi e rumeni s’erano fusi in un’unica colonna, circa centomila uomini si affaticavano in un corteo lungo forse trenta chilometri , enorme complesso di forze umane già in vario modo minate dalla fame, dal gelo, dai combattimenti, dalla stanchezza.

Ogni reparto trascinava seco i feriti, i congelati, le armi, i mezzi rimasti; c’era chi aveva cannoni, scarse munizioni e niente cibo,  chi qualche autocarro, un fusto di benzina, semivuoto e scarso pane,chi un fucile, una manciata di pallottole per ogni uomo e nulla più, chi soltanto fame, feriti sulle slitte scricchiolanti e una stanchezza mortale nelle gambe, nel petto, negli occhi.

Tutti procedevano nella neve, andavano stancamente verso l’ovest rimuovendo la neve smossa da chi precedeva, riaffiorando se colui che stava innanzi era già affondato, imprecando se quello aveva già imprecato.

Camminavamo uno dietro l’altro, attenti solo a non dare di cozzo contro gli animali o finire con una caviglia sotto una slitta attardata che sopraggiungeva più veloce, per ricollegarsi, prima di notte, al suo reparto.

L’enorme colonna procedeva instancabile; abbandonava i rifiuti sulla neve; slitte sconquassate, cannoni fuori uso, fucili rotti, automezzi ridotti all’ultimo litro di carburante, utile solo a fare un falò della macchina; e allora gli uomini che sopraggiungevano tendevano le mani al rogo continuando a camminare per non perdere un metro, un secondo sui compagni e trovarsi poi fra sconosciuti  e per una fiammata restare privi anche dell’ultimo, costante tepore dell’amicizia.

Ma sulla steppa calò la notte fonda, spaventosa di gelo e di tenebre; e mentre gli uomini a poco a poco si sentirono estranei a tutto fuorché alla sofferenza propria. Poiché tirava il vento che sollevava il polverio di neve, si erano calati sulla testa e sulle spalle la coperta, procedevano guardando da uno spiraglio da cui entrava una lama gelida; il vento gonfiava la coperta, la faceva sventolare nell’aria e cadere nella neve.

I marciatori la raccoglievano bianca, la riponevano a difesa del capo, delle spalle che rabbrividivano come nude; ma la coperta s’era fatta pesante, s’induriva e ghiacciava, divenuta in breve un rigido cartoccio crocchiante, spesso era lasciata cadere definitivamente sulla neve o veniva posta su una slitta a dare col peso un senso di maggior calore ai feriti.

I marciatori riprendevano il cammino nell’indescrivibile aria dei quarantatrè sotto zero, andavano silenziosi e straniti, ciascuno rinchiuso nella sua teca di gelo, procedendo come un automa nel buio finché un ostacolo affiorante sulla neve non lo faceva cadere avvolgendolo di ghiaccia polvere.

Faticosamente l’uomo si rialzava imprecando all’intoppo, si scrollava in fretta la neve dai pantaloni e dal volto, il pulviscolo gelido al contatto della pelle fondeva sui polsi e sul collo cerchiandoli di freddo atroce; riprendeva affannosamente i passi perduti, poiché i compagni l’avevano sopravanzato di ben trenta metri verso l’ovest……………………….

 

-2- da “la Julia muore sul posto” di Mario Tognato – Piovan editore

 

……..”i carri continuavano ad avanzare senza sparare, impennandosi nel cielo per sprofondare subito dopo in una buca, in un avallamento, in una depressione della neve.

Ormai erano a poche decine di metri ed il nostro cuore ci martellava in gola mentre, immobili e schiacciati nella neve, li guardavamo avvicinarsi ogni secondo di più. Tutti i muscoli del nostro corpo erano tesi sino allo spasimo.

Quando furono ad una ventina di metri, il nostro anticarro sparò. Udimmo lo scoppio e, contemporaneamente l’esplosione.

Era andata male, il carro, proprio in quel momento, si era sprofondato in una buca ed il proiettile lo aveva colpito leggermente sopra il cingolo.

Allora fu l’inferno. Tutti i carri, pur continuando ad avanzare, cominciarono a sparare assieme, a tiro rapido, falciando il crinale della collina. Gli alpini dell’anticarro spararono ancora, ma questa volta non avevano avuto il tempo di puntare ed il proiettile colpì il carro di striscio.

Pur non scorgendo probabilmente nessuno, oltre che con il cannone, i carri aprirono il fuoco con le mitragliatrici frugando tra i cespugli.

Udii un grido strozzato, alla mia destra, e vidi il bravo, duro Tiboni, afflosciarsi sulla neve.Il mio plotone aveva ancora un altro uomo in meno: 24

Sempre continuando a sparare con tutte le armi di bordo, i carri avevano ormai scavalcato il crinale e si dirigevano verso il fondo della valletta.

Pensavo agli uomini che laggiù erano ora sotto il fuoco delle fanterie ferme all’imbocco del pianoro e che stavano anche per essere investiti sul fianco dai carri.

Ad un tratto due di loro, i due laterali, si fermarono a mezza costa e cominciarono a sparare verso il comando della compagnia, mentre gli altri due continuavano a scendere……………..

I carri puntarono verso il versante di Lumetti ed io mi trovai improvvisamente uno dei carri addosso, immenso e possente, mentre con la coda dell’occhio percepivo, sulla destra la presenza di Girardi.

All’ultimo momento, con una piroetta, mi scansai, ma, mentre la massa sferragliante mi sfiorava, avevo avutola sensazione che Girardi non avesse fatto in tempo; lo avevo visto muoversi un attimo in ritardo, e, fu perciò un gran sollievo il sentirlo bestemmiare quando il carro fu passato.

Era nel fossatello dove il giorno di Natale avevo provato ad erigere quella che stava per diventare la mia bara di ghiaccio, e si stava tastando la tasca.

Imprecando all’indirizzo di quel maledetto carro, estrasse dalla tasca, spezzata, la pipa che suo padre gli aveva inviato nel pacco di Natale: il cingolo, sfiorandolo, gliela aveva frantumata.

Mentre i carri puntavano verso la cima tenuta da Murer, passando ad una decina di metri da dove erano Lumetti ed i suoi, il semovente con Toigo si era fermato in mezzo alla valletta e sparava con tutte le armi di bordo contro le fanterie russe che si stavano precipitosamente ritirando verso Deresowka.

Giunti da Murer, i carri spararono qualche colpo lasciando partire qualche sventagliata di mitraglia e fecero dietro front, ridiscendendo verso il fondo  valle, per riunirsi agli altri che, fatta una conversione ritornavano sui loro passi………………………

Chi non si è nutrito per giorni solo di carne congelata, chi non ha vissuto, per giorni e giorni, senza riparo in un ambiente costantemente al di sotto dei trenta gradi sotto zero con equipaggiamento assolutamente inadeguato, attaccato da forze dieci volte superiori, una, due, tre volte al giorno, non può capire quale sia stato lo sforzo fisico e morale al quale quegli uomini sono stati sottoposti.

Gridai di accomodarsi in qualche modo e di cercare anche di dormire: io, dal canto mio, ho sempre avuto la grande risorsa che quando ho deciso di dormire, in qualsiasi situazione o posizione mi trovi, dormo e recupero così le energie spese.

Non era ancora l’imbrunire quando venne a svegliarmi un alpino di Zanella per dirmi che, al di sopra dei rombi e degli scoppi, si avvertiva un rumore di carri armati.

I russi continuavano a sparare con tutte le loro armi e mi  veniva da chiedermi dove trovassero tanto ferro da scaricarci addosso. Strisciando, mi portai fuori dalla valletta verso il costone di Zanella; li i colpi erano più rapidi e potei salire a sbalzi, ripiegato su me stesso come una fisarmonica.

Zanella aveva ragione, anche se non si vedeva ancora nulla, avevano acceso i motori.

Rimandai l’alpino giù da Girardi per avvertire lui e Lumetti  che probabilmente avremmo avuto il bis della mattinata. Girardi mandasse Taverna nella valletta per fare da campanello d’allarme all’arrivo di eventuali formazioni russe.

L’alpino era appena partito che i carri, i soliti quattro,  si affacciarono sul ciglio della collinetta antistanti Iwanowka. Era ancora ben chiaro e, probabilmente, data l’accidentalità del terreno, preferivano manovrarli affinché ci si vedeva ancora bene.

Mentre l’artiglieria russa intensificava il tiro sul costone da noi tenuto, mandai un altro alpino da Foghini per dirgli di fare intervenire la nostra artiglieria ed i nostri  mortai per creare una cortina di fuoco innanzi a noi.

I carri avanzavano piano, questa volta, e dietro loro si vedeva la fanteria che li seguiva al piccolo trotto.

Questa volta non potevamo limitarci a scansarli, dovevamo fermare anche le fanterie…………………….

Sotto il fuoco preciso e radente delle nostre armi, i russi ondeggiarono, anche perché Murer aveva anche lui aperto il fuoco con la Breda e li stava cogliendo d’infilata. Anche Tullio ed i suoi uomini sparavano fitto.

Dopo un primo momento di sbandamento i russi iniziarono nuovamente a strisciare in avanti, anche se le Maxim erano costrette a cambiare tiratore di frequente.

Le pallotole passavano sibilando,ma, come al solito, per fortuna, i russi facevano un fuoco di volume più che un tiro centrato.

Guardando verso la valletta vidi che anche Girardi e Lumetti, con i loro uomini, venivano a darci man forte. Se fossero giunti in tempo, ce l’avremmo fatta senz’altro.

Cominciarono a piovere tra noi, intanto, le prime bombe a mano ed ordinai ai fucilieri di smettere il tiro con il 91 e di scaricare a loro volta più bombe a mano potessero.

Le nostre bombe a mano non hanno mai avuto una grande potenza di schegge, ma il loro scoppio stordente è sempre stato di grande effetto psicologico.

Guardando indietro, vedevo i miei uomini che sgambavano su per la salita, buttandosi fulmineamente a terra allorché un sibilo di mortaio preannunciava una deflagrazione vicina.

I mortai russi, infatti, in vista del loro assalto, avevano allungato il tiro.

I russi erano ormai ad una trentina di metri e pur sparando come forsennati, sembravano incerti.

Vedendo Lumetti e Girardi ormai vicini, ordinai di fare noi fuoco di volume e ciò fece fermare i russi che iniziarono, anzi, in qualche punto a strisciare indietro spaventati. Quando giunsero Lumetti e Girardi con i due mitragliatori, dissi loro di sparare cercando di cogliere le Maxim e di far sparare i fucilieri con 91 addosso alle punte più avanzate. Dopo alcuni minuti i russi cominciarono a strisciare più velocemente indietro.

Allora ordinai il contrassalto.

Appena sentirono l’urlo di  “Savoia!”, si girarono calpestandosi, spingendosi, urlando e presero a correre in direzione delle proprio linee.

Ci buttammo all’impazzata dietro di loro, lanciando bombe a mano e sparando col parabellum e col mitragliatore imbracciato, mentre i nostri mortai allungavano il tiro e continuavano a creare pesanti vuoti fra quei disgraziati.

Ancora una volta avevamo vinto, ma nel contrassalto finale, Tonon e Lombardi erano stati colpiti da proiettili di parabellum ed avevano dovuto essere portati giù per essere ricoverati. Ora eravamo in 21.

 

-3- dal libro “Scritto sulla neve” di don Carlo Chiavazza (Ponte Nuovo editrice-Bo.)

 

“Oltre la ferrovia, tra le prime case si combatte ma anche questo attacco non riesce. Almeno così pare a noi che guardiamo di lontano. Le ore passano e aumenta la sensazione che non si andrà oltre.

Nikolajewka sarà la nostra tomba. I cannoni continuano a sparare, i mortai non danno tregua. La marea di gente, in attesa sul piatto rovesciato antistante la ferrovia si agita, subisce sbandamenti.

Nelle slitte si muore di freddo e di cancrena. I feriti urlano invocando che si vada avanti, che non si aspetti più.

-dateci delle armi, andremo noi all’assalto-, chiedono i soldati sbandati della Cuneense, della Julia.

Armi non ce ne sono!

Ora tutta la Tridentina è schierata davanti alla città, anche tutti i resti del Quinto Reggimento sono giunti di rincalzo al Sesto.

Gli ufficiali di ogni corpo si sono fatti avanti a gruppi e scendono verso la ferrovia. Combatteranno con la pistole e qualche  bomba a mano.

Scendo verso il sottopassaggio dove mi pare che il numero degli alpini morti oppure feriti sia grande. La notte è incombente. Se non si passa tra breve tempo non si tornerà più in Italia. Mi viene incontro Don Gnocchi.

E’ pallido, ha gli occhi fondi, è dimagrito in modo impressionante. Non ha perso il suo sorriso che ora ha una piega triste.

Gli chiedo notizie degli attacchi. – Va male – risponde – non riescono a sfondare. Abbiamo troppo poche munizioni. Gli uomini dei battaglioni si assottigliano sempre più. – non è ancora detta l’ultima parola -. – speriamo –

Mi incammino adagio verso la ferrovia. Don Gnocchi mi richiama. – Come stai a viveri? – dice. -  Come tutti. – Prendi questo, ne hai bisogno – e mi mette tra le man i un pezzo di pane.

Grazie – rispondo riconsegnandolo, non ne ho bisogno. Mi arrangio.

Don Gnocchi sorride, mi prende sottobraccio, vuole fare una rapida confessione. Mi abbraccia come fosse l’addio estremo di un morente.

Dice: -se non usciremo di qui, ci rivedremo in Paradiso.

E’ quasi un annuncio di morte.

Tento di cambiare l’atmosfera spiritualmente tesa con uno scherzo. Faccio gli scongiuri.

Don Gnocchi ride sollevato, divertito. Sento il suo sguardo fisso su di me, mentre discendo verso la ferrovia.

I russi continuano a sparare da matti, corpi feriti e cadaveri vengono trascinati dietro il terrapieno, accanto agli alpini accucciati e pronti ad un nuovo attacco. Adesso sento alle spalle il lamentoso gridare degli sbandati, le voci dei feriti e dei congelati che urlano parole incomprensibili.

Pare di essere in una bolgia infernale.

Con le prime ombre della notte il gelo aumenta. Una voce percorre e scuote con un brivido le truppe schierate: - Alpini, avanti! Tridentina, avanti! -.

La ferrovia viene attraversata da diversi reparti. Molti alpini cadono, molti riescono a trovare un riparo dietro blocchi di ghiaccio. La stazione è occupata di slancio; poi è la volta delle prime isbe.

E’ un momento drammatico, i russi sparano all’impazzata. Noi dobbiamo risparmiare i colpi. Gli uomini dell’Edolo conquistano un nido di mitragliatrici che massacrano gli alpini nel sottopassaggio della ferrovia. Alcune isbe vengono incendiate, gli alpini tentennano, la neve è cosparsa di corpi immobili, di gente rantolante.

-Tridentina, avanti! – si grida da tutte le parti. Il grido viene ripetuto, fiorisce su dieci, venti, mille bocche, viene urlato a squarciagola.

Un carro cingolato tedesco rotola nella discesa, la massa nera degli sbandati con un fragore sordo, violento e minaccioso. Tutta l’artiglieria spara su questa massa. Cadono uomini, crollano muli, le slitte colpite da mortai si  rovesciano con il loro carico.

La massa avanza senza tentennare, la Tridentina sta occupando il paese, la marea degli sbandati la segue per dare una mano agli alpini nell’unico modo che le è possibile.

L’artiglieria russa a poco a poco tace. La tridentina ha vinto ancora una volta, la massa inerte di migliaia di sbandati ha giocato la sua carta, ha sussultato come bestia ferita e s’è scagliata dietro la divisione che ha conquistato Nikolajewka.

I russi sono rimasti travolti, annientati ed hanno dovuto fuggire, cedere le armi davanti alla disperata volontà di chi voleva uscire dalla sacca”.

 

 -4- Da “Il sergente nella neve” di Mario Rigoni Stern – (edizioni A.Mondadori – Milano)

 

…………….spariamo qualche raffica a un gruppo di russi che stanno trascinando un cannone anticarro. Non ci restano più che tre caricatori.

Usciamo dall’isba e incontriamo Menegolo che veniva in cerca di noi con una cassetta di munizioni. Mi irrito perché non vedo comparire Moreschi con le altre cassette. Antonelli e Menegolo postano l’arma all’angolo di un’isba; io un po’ più avanti, alla loro destra, indico dove devono sparare e sparo con il moschetto attraverso le fessure di uno steccato. Siamo sempre quasi alle spalle dei russi e rechiamo loro molto fastidio. Spero intanto che la colonna si decida a scendere da dove l’abbiamo lasciata ferma. Dopo un po’ che spariamo i russi riescono ad individuarci e un colpo d’anticarro porta via l’angolo dell’isba sopra la testa di Antonelli. “Spostiamoci” gli grido. Ma Antonelli si mette a cavallo del treppiede  e dice: “Adesso li ho proprio di mira”. E spara ancora.

Il tenente Danda con qualche soldato della 54 (credo) vuole attraversare la strada e venire dove siamo noi, ma da una casa vicina partono dei colpi e viene ferito ad un braccio.

La nostra artiglieria non spara più da un pezzo. Avevano pochi colpi, li avranno sparati tutti. Ma perché non scende il grosso della colonna? Che cosa aspettano? Da soli non possiamo andare avanti e siamo già arrivati a metà del paese. Potrebbero scendere quasi indisturbati ora che abbiamo fatto ripiegare i russi e li stiamo tenendo a bada. Invece c’è uno strano silenzio. Non sappiamo più niente nemmeno degli altri plotoni venuti all’attacco con noi.

Compresi gli uomini del tenente Danda saremo in tutto una ventina. Che facciamo da soli? Non abbiamo quasi più munizioni. Abbiamo perso il collegamento con il capitano. Non abbiamo ordini. Se avessimo almeno munizioni. Ma sento anche che ho fame, e il sole sta per tramontare. Attraverso lo steccato e una pallottola mi sibila vicino. I russi ci tengono d’occhio. Corro e busso alla porta dell’isba, entro.

Vi sono dei soldati russi,  là. Dei prigionieri? No. Sono armati. Con la stella rossa sul berretto. Io ho in mano il fucile. Li guardo impietrito. Essi stanno mangiando attorno alla tavola. Prendono il cibo con il cucchiaio di legno da una zuppiera comune. E mi guardano con i cucchiai sospesi a mezz’aria. “Mnié khocetsia iestj”  dico. Vi sono anche delle donne. Una prende un piatto, lo riempio di latte e miglio, con un mestolo, dalla zuppiera di tutti, e me lo porge. Io faccio un passo avanti, mi metto il fucile in spalla e mangio. Il tempo non esiste più. I soldati russi mi guardano. Le donne mi guardano. I bambini mi guardano. Nessuno fiata. C’è solo il rumore del mio cucchiaio nel piatto. E d’ogni mia boccata. “Spaziba” dico quando ho finito. E la donna prende dalle mie mani il piatto vuoto. “Pasausta” mi risponde con semplicità. I soldati russi mi guardano uscire senza che si siano mossi. Nel vano dell’ingresso vi sono delle arnie. La donna che mi ha dato la minestra è venuta con me per aprirmi la porta e io le chiedo a gesti di darmi un favo di miele per i miei compagni. La donna mi dà il favo ed io esco.

Così e successo questo fatto. Ora non lo trovo affatto strano, a pensarvi, ma naturale di quella naturalezza che una volta doveva esserci stata tra gli uomini. Dopo la prima sorpresa tutti i miei gesti furono naturali , non sentivo alcun timore, né alcun desiderio di difendermi o di offendere. Era una cosa molto semplice: anche i russi erano come me, lo sentivo. In quell’isba si era creata tra me e i soldati russi, e le donne e i bambini un’armonia che non era un armistizio. Era qualcosa di molto più del rispetto che gli animali della foresta hanno l’uno per l’altro. Una volta tanto le circostanze avevano portato degli uomini a saper restare uomini. Chissà dove saranno ora quei soldati,  quelle donne, quei bambini. Io spero che la guerra li abbia risparmiati tutti. Finché saremo vivi ci ricorderemo, tutti quanti eravamo, come ci siamo comportati. I bambini specialmente. Se questo è successo una volta potrà tornare a succedere. Potrà succedere, voglio dire, a innumerevoli altri uomini e diventare un costume, un modo di vivere.

……….vengo a sapere che il tenente colonnello Calbo dell’artiglieria alpina è stato colpito. Lo cerco. Il suo attendente gli sorregge il capo e piange. Il  colonnello ha gli occhi velati e già forse non vede più nulla. Mi parla credendomi il maggiore Bracchi. Non ricordo le parole che mi disse; ricordo solo il suono della voce, l’affanno cagionato dalla ferita e lui sulla neve. Qualcosa di grande era nel suo aspetto e io mi sentivo timido e stupito. Intanto i carri tedeschi sono tornati ad avanzare. Alpini e tedeschi si mettono dietro. Le pallottole battono sulla corazza dei panzer e schizzano intorno a noi. Su un carro è accovacciato il generale Reverberi  che ci incita con la voce. Poi egli scende e cammina da solo davanti ai carri impugnando la pistola.

Da una casa sparano con insistenza. Da quella sola casa. “Ci sono ufficiali?” grida il generale verso di noi. Ufficiali forse ve ne sono, ma nessuno esce. “Ci sono alpini?”  grida ancora. E allora esce un gruppetto dietro ai carri. “Andate in quella casa e fatela finita“ ci dice. Noi andiamo ed i russi sene vanno.

E’notte fatta, la colonna si è riversata nel paese e tutti cercano un posto dove passare la notte al caldo, e, se è possibile, mangiare qualche cosa. Che confusione ora! Sembra una fiera. Incontro alcuni genieri e chiedo loro di Rino. Lo hanno visto ferito leggermente ad una spalla durante il primo assalto, da allora non sanno più nulla. Lo chiamo e lo cerco senza trovarlo. Incontro il capitano Marcolini e il tenente Zanotelli del mio battaglione. Con questi mi metto vicino alla chiesa e chiamiamo. “Vestone! Vestone! Adunata Vestone!”. Ma  potrebbero rispondere i morti?  “Si ricorda Rigoni, il primo di settembre?” mi dice piangendo il tenente. “E’ come allora” “ E’ peggio” dico.

Ai nostri richiami risponde Baroni dei mortai e viene con un gruppetto del suo plotone. Hanno ancora un tubo di mortaio, nessuna bomba, nient’altro. Di tutto il Vestone riusciamo a radunarci circa una trentina. Le isbe sono tutte occupate e prendiamo posto nelle scuole. Ma qui i vetri sono rotti, non c’è paglia e l’impiantito è di cemento. Ci sdraiamo ma non è possibile dormire. Ci congeleremmo. “La Ecia”, alpino della mia compagnia ha trovato chissà dove delle gallette e me ne dà una. Rosicchiamo insieme. Bodei, che mi è vicino, trema per il freddo. Ci alziamo e usciamo. Busso ad un’isba; viene alla porta un soldato tedesco con la pistola spianata e me la punta al petto. “Voglio entrare” dico. Gentilmente, con la mano, gli sposto la pistola e gli rido in faccia. Sconcertato la rimette nel fodero e mi chiude la porta sul viso. Entriamo in una stalla ed accendiamo un piccolo fuoco con gli sterpi. Ci riscaldiamo, ma la parte che non guarda il fuoco è gelata. I muli ci guardano con le orecchie basse. La testa ci ciondola di qua e di là. Lentamente mi addormento con la schiena appoggiata ad un palo.

Questo è stato il 26 gennaio 1943. I miei più cari amici mi hanno lasciato in quel giorno.

Di Rino, rimasto ferito durante il primo attacco, non sono riuscito a sapere nulla di preciso. Sua madre è viva solo per aspettarlo. I suoi occhi si sono consumati. Ogni volta che mi vede, quasi piange nel salutarmi, ed io non ho il coraggio di parlarle. Anche Raoul mi ha lasciato quel giorno. Raoul, il primo amico della vita militare. Era su un carro armato e nel saltar giù per andare ancora avanti, verso baita ancora un poco, prese una raffica e morì sulla neve. Raoul che alla sera prima di dormire cantava sempre ”Buona notte mio amore”. E che una volta, al corso sciatori, mi fece quasi piangere leggendomi  “Il lamento della Madonna” di Jacopone da Todi. E anche Giuanin è morto. Ecco Giuanin, ci sei arrivato a baita. Ci arriveremo tutti. Giuanin è morto portandomi le munizioni per la pesante quando ero giù nel paese e sparavo. E’ morto sulla neve  anche lui che nel ricovero stava sempre nella nicchia vicino alla stufa ed aveva sempre freddo. Anche il cappellano del battaglione è morto: “Buon Natale, ragazzi, e pace”. E’ morto per andare a prendere un ferito mentre sparavano. “State sereni e scrivete a casa.””Buon Natale, cappellano”. E anche il capitano è morto. Il contrabbandiere di Valstagna. Aveva il petto passato da parte a parte. I conducenti, quella sera, lo misero su una slitta e lo portarono fuori dalla sacca. Morì all’Ospedale di Char’kov. Sono andato a casa sua, quando tornai in primavera. Ho camminato attraverso i boschi e le valli: “Pronto? Qui Valstagna, parla Beppo, come va paese?”. E la sua casa era vecchia e rustica e pulita come la tana del tenente Cenci. E soldati del mio plotone e del mio caposaldo, quanti ne sono morti quel giorno? Dobbiamo restare sempre uniti, ragazzi, anche ora. Il tenente Moscioni si ebbe bucata una spalla e poi in Italia la ferita non poteva chiudersi. Ora è guarito dalla ferita ma non da altre cose. Oh no, non si può guarire. E anche il generale Martinat è morto quel giorno. Lo ricordo quando in Albania lo accompagnavo per le nostre linee. Io camminavo in fretta davanti a lui perché conoscevo la strada e mi guardavo indietro per vedere se mi seguiva. “Cammina, cammina pure in fretta caporale, ho le gambe buone io.” Ed anche il colonnello Calbo che era così bravo con i suoi artiglieri della 19 e della 20. E anche il sergente Minelli era ferito li nella neve: “El me s’cet” diceva e piangeva, “el me s’cet”.  Giuanin, troppo pochi siamo arrivati a baita, dopo tutto. Nemmeno Moreschi è ritornato. “Possibile una capra di sette quintali? Porca la mula sempre Macedonia.” E neanche Pintossi, il vecchio cacciatore è arrivato a baita a cacciare i cotorni. E sarà morto pure il suo vecchio cane, ora. E tanti e tanti altri dormono nei campi di grano e di papaveri  e tra le erbe fiorite della steppa assieme ai vecchi delle leggende di Gogol’ e di Gor’kij. E quei pochi che siamo rimasti, dove siamo ora?

Quando mi svegliai, trovasi che le scarpe mi si erano bruciate ai piedi. Sentii un rumore di gente che si preparava a partire. Non trovai nessuno della mia compagnia ne del battaglione. Nel buio persi anche Bodei e rimasi solo. Cercavo di camminare il più in fretta possibile perché i russi potevano rientrare ed agganciarci. Era ancora notte e c’era un gran trambusto per il paese. Feriti gemevano sulla neve e nelle isbe. Ma io, ormai, non pensavo più a niente; neanche alla baita. Ero arido come un sasso e come un sasso venivo rotolato dal torrente. Non mi curavo di cercare i miei compagni e, dopo, nemmeno di camminare in fretta. Proprio come un sasso rotolato dal torrente. Più niente mi faceva impressione; più niente mi commuoveva. Se fosse accaduto di combattere ancora, sarei andato avanti, ma per conto mio; senza curarmi di quelli che mi avrebbero seguito o sorpassato. Avrei fatto la battaglia per mio conto; personalmente; isolato; da isba a isba, da orto a orto; senza ascoltare comandi, senza darne, libero di tutto, come per una caccia in montagna; da solo.

Avevo ancora dodici colpi per il moschetto e tre bombe a mano. Ve n’erano pochi forse, in tutta la colonna che avevano tante munizioni quante ne avevo io.

…….una sera incontrai in un’isba dei soldati del mio battaglione. Mi riconobbero. Uno era congelato alle gambe. Alla mattina quando ripartimmo aveva le gambe nere per la cancrena e piangeva. Non poteva più venire con noi, né si  trovò una slitta per trasportarlo. Lo raccomandai alle donne dell’isba. Piangeva a anche le donne piangevano. “addio Rigoni” mi disse. “Ciao Sergentmagiù.”

Un pomeriggio si arriva in un villaggio, la colonna è avanti; sono tra gli ultimi. Da una mugila vedo la colonna che avanza a zig-zag nella steppa e poi degli aeroplani che sorvolano e mitragliano. Nel villaggio vi sono gruppetti di due, tre persone che vanno per i isbe in cerca di cibo. Nella piazza vi sono dei colombi. Penso di sparare ad uno e poi mangiarlo. Levo dalla spalla il moschetto, abbasso la sicurezza e miro da venti passi. Il colombo s’alza per volare e allora sparo. Quello cade giù fulminato senza battere le ali. Di essere un discreto tiratore lo sapevo, ma non sino al punto di colpire un colombo al salto con fucile a pallottola. Mi stupisco, certo è un caso………………..

……………un mattino mi svegliai e sentii degli spari vicino, per non rimanere prigioniero corsi in fretta, come potevo, tra gli orti e le isbe, dietro gli steccati e poi nella steppa finché raggiunsi la colonna.

La piaga al piede s’era fatta purulenta e puzzava. Camminando ne sentivo l’odore e la calza s’era attaccata. Mi faceva male, era come se uno mi avesse piantato i denti nel piede e non mollasse. Le ginocchia scricchiolavano, ad ogni passo facevano cric-crac-cric-crac. Camminavo con passo regolare ma ero lento ed anche sforzandomi non ero capace di tenere una andatura più svelta. In un orto avevo preso un bastone e mi appoggiavo a quello.

Un’altra notte mi fermai in una isba deve c’era un tenente medico servito da una guardia ucraina. (uno di quei borghesi con la fascia bianca sul braccio che facevano servizio per le truppe di occupazione.) l’ucraino preparò la minestra di miglio e latte e me ne diede un piatto. Era proprio buona. Mi levai gli stracci e le scarpe bucate. Le calze erano attaccate alla piaga e l’odore di marcio era proprio fetido. Attorno alla piaga la carne era di colore bianchiccio, sporca di un umore giallo. Lavai con acqua e sale. Fascia con un pezzo di tela. Rimisi le calze, i resti delle scarpe, gli stracci e legai con il filo di ferro.

In quel villaggio, la sera prima, avevo incontrato Renzo. “Come va, paesano?” gli chiesi. “Va bene” rispose, “Va bene. Guarda, io sono in quell’isba; domani partiremo assieme.” E corse via, lo rividi in Italia. Ero solo, non cercavo nessuno, volevo restare solo. Nell’isba, poi, venne a bussare un tedesco. Vidi che non era uno dei soliti. Entrò con noi e mangiò con noi. Dopo, seduto sulla panca, levò dal portafogli le fotografie: “questa è mia moglie” disse, “e  questa è mia figlia”. La moglie era giovane e la figlia una bambina. “E questa è la mia casa” disse poi. Era una casa della Baviera, tra gli alberi, in un piccolo paese……..

……….Al passaggio di una balka, v’erano un giorno delle slitte di feriti bloccate dalla neve. Romeo ed io si camminava fuori dalla pista per conto nostro. Il conducente ed i feriti di una slitta chiedevano aiuto. C’era tanta gente lì attorno ma mi pareva che si rivolgessero proprio a noi. Mi fermai. Mi guardai un poco indietro e ripresi a camminare. Dopo, girandomi ancora, vidi che le slitte si erano mosse. Ero solo; non cercavo nessuno, non volevo niente……..

……..un giorno entriamo in una capanna, abbiamo sentito li dentro cantare un gallo. Vi sono molte galline, ne prendiamo una per ciascuno. Camminando le spenniamo per mangiarle alla sera. Un aeroplano tedesco, un “Cicogna” è atterrato vicino alla colonna; vengono caricati dei feriti. Tra qualche ora quelli saranno all’ospedale. Ma non mi importa niente di nulla.

Incontriamo dei soldati tedeschi che non erano con noi nella sacca. Sono di un caposaldo e ci aspettavano. Sono lindi e ordinati. Un ufficiale di questi osserva all’orizzonte attorno con un binocolo. Siamo fuori, tento di pensare. Ma non provo nessuna emozione nemmeno quando troviamo delle tabelle segnavia scritte in tedesco.

Al lato della pista si è fermato un generale. E’ Nasci, il comandante del corpo d’armata alpino. Si, è proprio lui che con la mano alla tesa del cappello ci saluta mentre passiamo.  Noi, banda di straccioni. Passiamo davanti a quel vecchio dai baffi grigi. Stracciati, sporchi, barbe lunghe, molti senza scarpe, congelati, feriti. Quel vecchio col cappello d’alpino ci saluta. E mi sembra di vedere mio nonno.

Sono camion italiani quelli laggiù, sono i nostri Fiat e i nostri Bianchi. Siamo fuori, è finita. Ci sono venuti incontro per caricare i feriti e i congelati o chiunque voglia saltarci sopra. Guardo i camion e passo oltre. La mia piaga puzza, le ginocchia mi dolgono, ma continuo a camminare sulla neve. Delle tabella indicano 6° alpini; 5° alpini; 2° artiglieria alpina. Battaglione Verona, il mio compagno se ne va senza che me ne accorga. Battaglione Tirano, Battaglione Edolo, gruppo Valcamonica e la colonna si assottiglia. 6° alpini, Battaglione Vestone, indica una freccia. Sono del 6° alpini io? Del Battaglione Vestone? Avanti per di qua, allora, Vestone, Vestone, el Vestù. I miei compagni: “Sergentmagiùm ghe rivarem a baita?” Sono a baita. Adesso e nell’ora della nostra morte. “Vecio, ciao Vecio”. Ma che è quello? Si, è Bracchi. Mi viene incontro, mi batte una mano sulla spalla. Si è lavato, si è fatto la barba. “Vai laggiù, Vecio, in quelle isbe troverai la tua compagnia.” Guardo e non dico niente. Lentamente, sempre più lentamente vado laggiù dove sono quelle isbe. Sono tre, nella prima vi sono i conducenti con sette muli, nella seconda la compagnia e nella terza un’altra compagnia.

Apro la porta, nella prima stanza vi sono dei soldati che si stanno radendo e pulendo. Mi guardo attorno. “E gli altri?” dico. “Sergentmagiù! Sergentmagiù!” gridano. “E’ arrivato anche Rigoni” gridano. “E gli altri?” ripeto. C’è Tourn  e Bodei, Antonelli e Tardivel. Visi che avevo dimenticato.”E allora è finita?” dico. Sono contenti di rivedermi e qualcosa dentro di me si muove, ma lontano, come una bolla d’aria che viene dagli abissi del mare. “Vieni” dice Antonelli. E mi accompagna nell’altra stanza dove c’è un ufficiale che era alla compagnia Comando. “E’ lui che comanda la compagnia” dice Antonelli. C’è anche il furiere e su un pezzo di carta annota il mio nome. “Sei il ventisettesimo” dice. “E’ stanco, Rigoni?” mi chiede il tenente. “Se vuole riposare si accomodi in qualche modo.”

Mi butto sotto il tavolo che è appoggiato a una parete e sto lì rannicchiato. Tutto il giorno e tutta la notte seguente sto li sotto ad ascoltare le voci dei miei compagni e vedere i piedi che si muovevano sulla terra battuta del pavimento.

Alla mattina esco fuori e Tourn mi porta un poco di caffè nel coperchio della gavetta. “Come va, sergentmagiù?” “Oh, Tourn, Vecio, sei tu vero? E gli altri?” dico. “Sono qui” dice “Vieni.” Il plotone, il nostro plotone pesante,” dove sono?” “Vieni, sergentmagiù.” Chiamo vicino a me Antonelli, Bodei e qualche altro. “Giuanin” chiedo, “dove è Giuanin?” Non mi dicono niente. “Ghe rivarem a baita?” Di nuovo domando di Giuanin. “E’ morto” mi dice Bodei. “Ecco il suo portafogli.” “E gli altri?” chiedo. “Siamo in sette con te.”  Dice Antonelli. “In sette con te del plotone pesante. E quella recluta.” E mi indica Bosio “ha una gamba spezzata.” “E tu Tourn?” “Mostrami la mano” dico. Tourn mi stende la mano aperta. “Vedi” dice, “è guarita, vedi come la cicatrice è sana.” “Se vuoi farti la barba, vado a scaldarti dell’acqua” dice Bodei. “Ma non importa, perché?” rispondo. “Puzzi” dice Antonelli……..

……Ecco, ora è finita la storia della sacca, ma della sacca soltanto. Tanti giorni poi abbiamo ancora camminato. Dall’Ucraina ai confini della Polonia, in Russia Bianca. I russi continuavano ad avanzare. Qualche volta si facevano delle lunghe marce anche di notte. Un giorno, quasi perdetti le mani per congelamento perché  mi ero aggrappato ad un camion ed ero senza guanti. Vi furono ancora tormente di neve e freddo. Si camminava reparto per reparto ed a gruppetti. Alla sera ci fermavamo nelle isbe per dormire e mangiare. Tante cose ci sarebbero ancora da dire, ma questa è un’altra storia.

Un giorno mi accorsi che era arrivata la primavera. Si camminava da tanti giorni; era il nostro destino camminare. E mi accorsi che la neve sgelava, che nei paesi attraverso i quali si passava c’erano delle pozzanghere. Il sole scaldava e sentii cantare una calandra. Una calandrella che cantava primavera. Desiderai l’erba verde, sdraiarmi sull’erba verde e sentire il vento tra i rami degli abeti. E l’acqua tra i sassi.

Si era in attesa del treno che ci doveva portare in Italia; eravamo nella Russia Bianca nei dintorni di Gomel. La nostra compagnia , pochi ormai, era in un villaggio vicino alla foresta. Per arrivarci dovevamo camminare parecchie ore attraverso i campi che sgelavano. Quel luogo era famoso per i partigiani; nemmeno i tedeschi si fidavano ad andarci. Mandarono noi. Lo starosta del villaggio ci disse che doveva metterci uno o due per famiglia per non gravare sulla popolazione. L’isba dove mi accettarono era spaziosa e pulita, e abitata da una famiglia di gente giovane e semplice. Mi preparai sotto un angolo della finestra la cuccia dove dormire. Passai sdraiato su di un po’ di paglia tutto il tempo che rimasi in quella capanna; sempre lì, sdraiato per ore ed ore a guardare il soffitto.

Nel pomeriggio c’erano nell’isba solo una ragazza ed un neonato. La ragazza si sedeva vicino alla culla. La culla era appesa al soffitto con delle funi e dondolava come una barca ogni volta che il bambino si muoveva. La ragazza si sedeva  vicino lì vicino, e per tutto il pomeriggio filava la canapa con il mulinello a pedale. Io guardavo il soffitto ed il rumore del mulinello riempiva il mio essere come il rumore di una cascata gigantesca. Qualche volta la osservavo e il sole di marzo, che entrava tra le tendine, faceva sembrare oro la canapa e la ruota mandava mille bagliori. Ogni tanto il bimbo piangeva ed allora la ragazza spingeva dolcemente la culla e cantava. Io ascoltavo e non dicevo mai una parola. Qualche pomeriggio venivano le sue amiche delle isbe vicine. Portavano il loro mulinello e filavano con lei. Parlavano tra loro dolcemente e sottovoce, come se avessero timore di disturbarmi. Parlavano armoniosamente tra loro e le ruote dei mulinelli rendevano più dolci le voci. Questa è stata la medicina. Cantavano anche. Erano le loro vecchie canzoni di sempre: Stienka Rasin, Natalka Poltavka e i loro antichi motivi di balli. Guardavo per ore ed ore il soffitto ed ascoltavo. Alla sera mi chiamavano per mangiare con loro. Mangiavamo tutti nel medesimo recipiente con religiosità e raccoglimento. Ritornava la madre; ritornava il padre; ritornava il ragazzo; si fermavano poco, ogni tanto guardavano dalla finestra e poi uscivano insieme sino alla sera dopo. Una sera che non vennero la ragazza pianse. Vennero al mattino….Il bambino dormiva nella culla di legno, che dondolava leggermente sospesa al soffitto; il sole entrava dalla finestra e rendeva la canapa come oro; la ruota del mulinello mandava mille bagliori; il suo rumore sembrava quello di una cascata; e la voce della ragazza era piana e dolce in mezzo a quel rumore.

<Preblic (Austria), gennaio 1944 – Asiago, gennaio 1947>

 
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