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Grande Guerra – 1915/1918

episodi di guerra vissuti dagli alpini  - tratti dalle interviste di Paola Cappellari

 

novembre 2011

 

i quattro racconti che qui propongo, ho avuto modo di leggerli in varie occasioni e sono sempre relativi a fatti accorsi ad alpini nativi dell’area di Asiago. Ho riletto tutti quelli che conoscevo e tra loro i più significativi per ricordare e capire quanto e come  i nostri nonni hanno vissuto durante la grande guerra,cosa che mi sembrò doverosa dopo il pellegrinaggio all’Ortigara e li ho ritrovati in un libro di P.Cavallari ricco di note e testimonianze che si legge in un baleno tanto ti coinvolge il contenuto. Sembra quasi di sentire il nonno “Giuanin” quando in vena di ricordi, rimembrava la sua guerra e la successiva prigionia; sembra di assaporare ancora il profumo del “trinciato Italia” che bruciava nel camino della pipa ed avvolgeva tutti noi che formavamo l’uditorio delle imprese dell’avo assieme al goccio di vino che immancabilmente riuscivamo a scroccare al nonno, per sembrare grandi. Sono passati 55-60 anni da allora e mi sembra ieri; è forte e nitido il ricordo, vivaci i colori nelle figure che scorrono la memoria. Per questo mi sembra doveroso riproporre qualche racconto, perché le testimonianze non cadano nell’oblio e la storia, quella vera, sia conosciuta alle future generazioni.

 

Dal Molin Andrea, classe 1897, di Enego

Arruolato nel 1916 a Bassano del Grappa fui trasferito a Verona e quindi a Caprino Veronese per addestramento. Ritornai a Bassano e dopo qualche mese fui mandato in una località poco lontano da Feltre in un Battaglione detto “di poca salute”. Da qui, nella primavera del 1917 ci fecero salire nelle zone dell’Ortigara, dove si era in piena azione di guerra facendoci accampare a Crocetta. Ho partecipato ai combattimenti ma non mi sono mai trovato corpo a corpo con il nemico. I bombardamenti erano continui ed i proiettili arrivavano da tutte le direzioni; granate sparate dalla Valsugana aprivano delle voragini che avrebbero potuto contenere una casa. I soldati cadevano a centinaia ed i feriti dovevano rimanere lì perché era impossibile soccorrerli e forse molti avrebbero potuto salvarsi in una situazione diversa.

Anch’io fui in pericolo di vita perché lo spostamento d’aria causato da un proiettile mi sollevò l’elmetto facendolo volare a venti metri di distanza e per un soffio non fui travolto. Avanzavamo sotto quell’inferno mentre gli austriaci cercavano di difendere le loro posizioni perdendo anche loro centinaia e centinaia di soldati. In seguito con molti altri  fui aggiunto al battaglione Monte Baldo perché eravamo rimasti decimati. Nessuno parlava e si cercava di riposare un po’, nei limiti del possibile, nascondendosi fra le rocce. A volte non arrivava neanche il cibo e ricordo che abbiamo dovuto attendere anche tre giorni per mettere qualcosa sotto i denti.

Con grande sacrificio abbiamo conquistato la vetta dell’Ortigara ma purtroppo gli austriaci ci hanno costretti subito a retrocedere e così  abbiamo dovuto crearci una linea di difesa scavandoci delle buche e sistemando sui bordi dei sacchi pieni di terra., sassi ed altro materiale che si trovava nella zona. Eravamo chiamati “uomini persi” perchè fra la nostra fucileria e quella nemica c’era poca distanza e quindi la possibilità di vita erano veramente scarse. Io non so ancora come ho fatto a salvarmi fra tutti quelli spari e sotto il fuoco delle mitragliatrici nonché in mezzo alle bombe sparate dai cannoni. Più di qualche volta mi è capitato di vedere spazzati via i compagni che erano poco lontani da me o addirittura quelli con cui io stavo parlando e si può quindi immaginare quali fossero gli spaventi e la preoccupazione da parte nostra che dovevamo stare là. Qui però si poteva soccorrere i feriti perché c’erano dei momenti di tregua; li portavano al Rocco di Cattagno. Dopo un mese ci trasferirono negli accampamenti di Malga Moline, una zona meno pericolosa dove si poteva parlare tra noi ed anche riposare un po’.

Si pensava di fermare il nemico forse di riconquistare l’Ortigara perché lavoravamo sempre a scavare camminamenti, pozzi profondi, gallerie per i mitraglieri ed i  fucilieri. Abbiamo faticato tanto ma purtroppo abbiamo dovuto lasciare tutte le nostre opere a causa della ritirata strategica italiana in seguito alla disfatta di Caporetto.  Se fossimo rimasti tutti in Ortigara, mai ci avrebbero preso in quei nascondigli! Un giorno durante un bombardamento era scoppiata sopra di noi una bomba “shrapnel” e le sferette di ferro che erano al suo interno sono cadute tutte sulla mia tenda crivellandola; anch’io fui ferito ma per fortuna in modo leggero perché indossavo la mantellina che fu bucata in più punti.

Gli austriaci avanzavano respingendoci verso Marcesina; abbiamo cercato di fare resistenza sulla Corde di Valmaron ma abbiamo dovuto retrocedere un giorno ed una notte. Ci siamo fermati sul forte Lisser ma anche da qui siamo scappati raccogliendo in fretta lo zaino e le coperte che avevamo disteso per riposarci un po’ avvertiti dalla sentinella che aveva notato gli austriaci avanzare numerosi a plotoni affiancati. Di corsa siamo arrivati al Lambara quindi a Frisoni e poi a Lazzaretti dove abbiamo ricevuto l’ordine di salire a Monte Fior per aiutare tutti gli altri numerosi battaglioni a resistere. Dopo tre giorni di strenuo combattimenti un reggimento di bersaglieri ci dette il cambio per cui siamo andati in riposo verso la pianura ma arrivati a Pove arrivò un contrordine di ritornare in dietro e salire sulle Melette. Era l’ottobre del 1917 e ricordo che sono stati giorni durissimi, una vera disfatta con morti e feriti che non si potevano assolutamente soccorrere a causa dell’incessante bombardamento. Ci furono molti prigionieri e nonostante i nostri sforzi abbiamo dovuto ritirarci e scendere di corsa verso Foza dove fu stabilita una nuova linea difensiva: Sasso Rosso, San Francesco, Valbella. Io mi fermai a Sasso Rosso dove c’era l’ordine di non togliersi le scarpe e la giberna perché bisognava essere sempre pronti per un’eventuale partenza. Per fortuna ebbi subito la licenza e potei partire per la Sicilia, precisamente San Cataldo, dove la mia famiglia era profuga. Al ritorno mi destinarono al Monte Grappa dove rimasi per quindici, venti giorni. Qui  il cibo arrivava sempre, però solo di notte e c’era anche il vino con qualche liquore tuttavia ho visto tanti morti ed ho passato momenti terribili.

Poi sono sceso e mi sono fermato sopra il paese di San Martino e ricordo che con altri cinque compagni abbiamo dormito dentro la grotta detta “Grottea”. Il giorno dopo arrivarono i muli con il carico contenente pane, caffè e munizioni. Il tenente aveva ricevuto l’ordine di procedere al rastrellamento del Brenta al lato opposto della vallata per cui siamo andati avanti uno vicino all’altro verso San Martino. Abbiamo incontrato tre artiglieri feriti che si reggevano l’un l’altro i quali dissero che non c’erano più italiani, non c’era più nessuno.

L’ufficiale ordinò di innestare la baionetta e procedere ugualmente, ciò voleva dire trovarsi faccia a faccia con il nemico e si può immaginare quale fosse la paura; io avevo il sangue che mi bolliva nelle vene. Arrivati  poco lontano dalla chiesetta del paese ci  disse di procedere a carponi per non essere visti. Io pensavo che fosse la fine perché dall’altra parte della vallata, cioè in Valgoda c’erano le mitragliatrici nemiche che sparavano ed inoltre nelle sporgenze della Val Gadena erano piazzati i cannoni e le mitragliatrici che ci tenevano sotto tiro.

Arrivavano pallottole, schegge, sassi e quindi eravamo esposti in maniera incredibile. Alzando lo sguardo notai davanti a me un grosso sasso e pensai che forse lì stava la mia salvezza. Mi arrampicai con tutte le mie forze ferendomi anche le mani e quindi mi nascosi senza farmi notare rimanendo così  per tutto il resto del giorno e la notte. Qui mi accorsi che la baionetta era spezzata ed il tascapane e la giubba avevano dei fori, anche questa volta era andata bene perché il proiettile era passato di striscio e non ero stato ferito. C’era la neve e faceva molto freddo ma ero tranquillo perché mi sentivo al sicuro, sotto di me c’erano altri due compagni che si erano fermati e nascosti. Durante la notte erano arrivati, sotto la chiesetta altre truppe di artiglieria stabilendovi il comando. Al mattino questi si misero in movimento ed un colonnello vedendomi assieme agli altri due compagni, uno dei quali era il caporale Fabrello mi disse di seguirlo anche se non facevo parte della loro compagnia ribadendo che eravamo tutti italiani. Io acconsentii ma dopo alcuni passi ritornai con gli altri due compagni, nel nascondiglio dietro il sasso.

Il giorno dopo, quando il sole si levò in Valgoda abbiamo notato una compagnia di austriaci che stavano tranquillamente percorrendo la strada: abbiamo fatto fuoco finché abbiamo consumato tutte le cartucce. Non sentendo altri ci siamo resi conto che eravamo solo noi tre in azione per cui abbiamo deciso di lasciar perdere avviandoci al comando. Ricordo che abbiamo trovato un mulo morto ed una catasta di bossoli, gli austriaci si erano ritirati. Abbiamo proseguito verso Bassano dove era stata stabilita la nuova linea difensiva: c’era filo spinato e militari italiani lo hanno tagliato per farci entrare.

Quelli della nostra compagnia sono rimasti sorpresi nel vederci perché ci pensavano dispersi, forse anche morti. Qui abbiamo mangiato e ci siamo riposati però non era ancora finita perché nella notte abbiamo dovuto  partire per il Piave. Il generale ci incoraggiava dicendoci che bisognava conquistare tutto il territorio che avevano preso le truppe austriache ma capivamo da noi stessi che era un’illusione. A Pederobba abbiamo passato il fiume su una passerella di cassoni preparata dal genio Pompieri poi ci siamo nascosti con la massima cautela facendo delle buche nella sabbia e sulla ghiaia scavate con le sole baionette. Era una notte nebbiosa ed umida e prima che facesse giorno un Aiutante di Battaglia gridò “Battaglione, Savoia!”. Siamo partiti di corsa ed abbiamo preso di sorpresa gli austriaci che non fecero alcuna resistenza e si dettero tutti prigionieri. Siamo andati avanti salendo verso un monte; lungo il percorso c’erano zaini, fucili, muli abbandonati dai nemici in ritirata. Da qui siamo discesi a Seren del Grappa dove dopo tre giorni arrivò la notizia dell’armistizio.

 

Frison Antonio, classe 1897, di Stoner di Enego

(ndr) Il racconto di questo “vecio” contiene dei tratti evidenziati, sono delle frasi che il redattore ritiene di alto valore sia per il coraggio che contengono, sia per l’abnegazione degli alpini che segnalano ai “bocia”.

Partito il 29 settembre del 1916, rimasi poco tempo a Bassano e poi fui inviato a Caprino Veronese per le istruzioni. Sapevo che la guerra era iniziata da oltre un anno e quindi senz’altro sarei stato inviato al fronte. Cercavo di non pensarci, ero convinto che se mi fossi perso d’animo sarebbe stato peggio. Le parole del comandante mi incoraggiavano e non avevo alcuna paura.

Il 18 giugno 1917 mi inviarono con altri alpini verso l’Ortigara e precisamente sul monte Campanaro. Ricordo che ero il solo di Enego; eravamo un gruppo di giovani di tutte le parti d’Italia e cercavamo di incoraggiarci l’un l’altro perché sapevamo che il giorno 10 c’era stata una dura battaglia e fra i nostri c’erano stati migliaia di morti. Ora si tentava la riconquista. Alcuni piangevano con la testa tra le mani, altri cantavano, altri tacevano assorti nei loro pensieri. Io non avevo paura, non ci pensavo o meglio non volevo pensarci. Ricordo che il generale ci accompagnò sul Navena e disse, additando l’Ortigara: “Lì questa notte i nostri fratelli hanno combattuto e molti sono morti. Combatteremo anche noi!”. Erano parole di incoraggiamento e nello stesso tempo un messaggio di morte. Nessuno disse una parola, tutti avevano lo sguardo fisso sull’Ortigara che rappresentava per noi una dura meta, ma non irraggiungibile. Credo che molti di noi sentivano nelle vene sangue italiano e in cuor nostro giuravamo che avremo combattuto sino all’ultimo per raggiungere e sottrarre al nemico la nostra vetta.  E poi eravamo alpini e un alpino non deve mai indietreggiare. Mentre molti dei miei compagni partirono all’assalto per la conquista decisiva di quota 2106, io fui incaricato di rimanere nelle retrovie a passare armi e munizioni. Camminavo o meglio correvo con il carico, nelle trincee, sempre con la schiena curva e l’orecchio teso; ogni tanto mi fermavo e alzavo lo sguardo verso la cima dove era un infuriare di fuoco, un susseguirsi di colpi e scoppi mentre i nostri in uno slancio di eroismo  arrivavano con un immane sforzo alla vetta dell’Ortigara. Era il 19 giugno, una giornata memorabile; il nemico, benché in posizione favorevole, doveva allontanarsi e lasciare la cima. I nostri erano esultanti, gli ufficiali si abbracciavano e lodavano i soldati; si distribuì anche del vino per festeggiare. Se volgevo lo sguardo al suolo, però, una profonda tristezza si impadroniva dei miei pensieri; la terra era ancora ricoperta di cadaveri mentre i morenti ed i feriti con urla laceranti o forti lamenti invocavano aiuto. E’ stata una conquista che ci è costata  un caro prezzo. Il giorno dopo mi ordinarono di portare del filo di reticolato per rinforzare la nuova linea di difesa e mi impegnarono anche per la costruzione di nuove trincee.; evidentemente non eravamo sicuri e si presumeva un contrattacco austriaco.

Io capivo la situazione e pensavo che un giorno o l’altro un attacco nemico ci avrebbe spazzato via tutti, io compreso; ero convinto di dover morire, non so perché avevo sempre l’impressione di essere colpito all’improvviso. Portavo anche armi oltre il reticolato e questo mi impensierì. Pochi giorni dopo, il 24 giugno, gli austriaci ci attaccarono riprendendosi la vetta dell’Ortigara; noi eravamo troppo deboli per le perdite subite in precedenza ed era impossibile resistere a loro, decisamente più forti. E’ stato un giorno infernale, i nostri fuggivano e colpiti alle spalle cadevano come mosche sul terreno crivellato di colpi. Non saprei descrivere cosa sia successo anche perché ero rannicchiato dentro una trincea con le mani negli orecchi per non sentire e la testa che mi girava mentre in cuor mio pensavo che era la fine. Quando cessarono i combattimenti i nostri ufficiali ci diedero l’ordine di ritirarci oltre il Caldiera  perché il nemico stava avanzando. Nessuno di noi parlava. Avevamo costruito dei baracchini ricoperti di terra e qui trascorrevamo le giornate con il cuore in gola. Non ci levavamo mai le scarpe perché se capitava bisognava essere pronti a fuggire; sono rimasto venti mesi senza levarle. Ricordo che sul Caldiera c’era un piccolo posto del ristoro dove veniva distribuito molto vino; qualcuno si ubriacava e poi di notte si alzava dicendo “Abbiamo vinto!”. Una notte uno si mise a sparare in aria credendo di essere in prima linea.

Rimanemmo senz’acqua per otto giorni a causa di problemi logistici. Di fianco a noi c’era il Corno Bianco, baluardo della linea di difesa austriaca; spesso sparavano ed allora noi abbassavamo la testa rimanendo sempre nascosti nelle trincee. Camminavo sopra i morti senza farci caso perché il suolo era tutto ricoperto dei loro corpi e quindi non si poteva evitare. Un giorno mentre andavo avanti mi accorsi che una figura era in piedi proprio sul sentiero gli dissi “Cammina”. Questi non rispose, allora lo spinsi e lo vidi rotolare: era già morto. I nostri comandanti non parlavano più di vittorie e di coraggiosi slanci  e ci dicevano che erano tristi e stanchi. Eravamo in difesa, il nemico era più forte e sarebbe stato impossibile attaccarlo, c’era solo da sperare che non attaccassero loro perché sarebbe stata la fine. Ricordo un giorno in cui i cucinieri mi chiesero di andare con altri compagni a raccogliere un po’ di legna; in cambio ci avrebbero dato da rosicchiare le ossa della carne che stavano cucinando per gli ufficiali. Al nostro ritorno, dopo che accesero il fuoco, ci fu uno scoppio causato forse da un ordigno nascosto che mandò in aria la stufa con tre cucinieri: uno fu colpito al capo, un altro alle gambe ed un terzo alla vita; quest’ultimo, moribondo disse piangendo “ devo morire ed a casa ho sette figli”. Io, ormai, abituato a vedere i morti ed i feriti, credendo che per noi tutti fosse segnato lo stesso destino, per cercare di sdrammatizzare la situazione dissi : “e si, perché qui ci vorrebbe un buon calzolaio per cucirti!”. Ricordo che un altro giorno, mentre camminavo ai piedi del Caldiera un austriaco si alzò dinanzi a me ed in cattiva lingua disse “italiano, italiano abbiamo fatto più noi in quattro giorni che voi in quattro anni!”. Impaurito scappai e corsi subito ad informare i miei superiori. Demoralizzato, raccontai al mio capitano quanto avevo sentito e lui cercò di incoraggiarmi dicendomi che anche loro avevano avuto moltissime perdite che comunque da  noi stavano arrivando dei rinforzi e le cose sarebbero cambiate. Alla fine concluse invitandomi a sparare non appena l’altro si fosse permesso di dire una cosa del genere. Il giorno dopo, quando l’austriaco mi apostrofò come il giorno precedente puntai la mitragliatrice verso di lui e sparai a raffica. Non sentii più nessuno a chiamare “italiano……!” e fui più tranquillo.

Quando la situazione precipitò e siamo stati costretti a ritirarci verso Foza mi fermai a San Francesco dove un ufficiale mi invitò, insieme ad altri sei commilitoni, alla loro mensa; ci fece i complimenti per il nostro coraggio e la nostra capacità poi ci diede un franco ciascuno dicendoci che avremo avuto quindici giorni di distaccamento. Io andai a Caltanisetta dove rimasi per venti giorni. Al ritorno fui portato a Vicenza e da qui partii per il Piave per l’ultima offensiva, rimanendo però nelle retrovie.

Ricordo bene quando arrivò la notizia dell’armistizio: abbiamo festeggiato con molto vino e tanta allegria, finalmente era finita.”

 

Oro Antonio, classe 1892, di Foza

Sono stato arruolato nella Fanteria ma, nella primavera del 1915 fui inviato a Campo Grosso, vicino a Recoaro, in aggregazione agli alpini e da allora sono diventato alpino.

Benché si fosse capito che ci si preparava alla guerra, ne io ne i miei compagni volevamo che fosse vero e ci sforzavamo di non crederci. Un mattino, verso la fine di maggio, il comandante ci disse “Non parlate, mettetevi  in linea, preparate i fucili, è scoppiata la guerra!”. Qualcuno imprecava, molti tacevano, altri piangevano. Ci siamo portati al paese di Parrocchia. In località Vallarsa. Per due mesi abbiamo costruito opere di difesa, abbiamo tentato anche più volte di avanzare verso il nemico, che era poco lontano, ma quando ci scorgevano ricevavamo in risposta dei lanci di granate che scoppiavano vicino a noi obbligandoci al ritiro.

Un giorno del mese di luglio 1915 gli austriaci lanciarono un grosso proietto da 420 millimetri che esplose in mezzo al campo italiano causando diversi morti e feriti. Fu un inferno, tutti eravamo spaventati anche se gli ufficiali ci incoraggiavano continuamente. Avevamo paura di essere accerchiati, presi alle spalle e fatti prigionieri, ma per fortuna ciò non accadde. Arrivò l’inverno, con il freddo e la neve e noi siamo sempre rimasti nascosti, carichi di pidocchi, stanchi ed esasperati. Con la primavera e l’arrivo della bella stagione le cose migliorarono, però c’era sempre il pericolo del nemico, decisamente avvantaggiato rispetto a noi. Poco lontano, nelle trincee avversarie, sentivamo parlare, però non provavamo odio verso di loro perché sapevamo che anche essi dovevano obbedire a degli ordini come noi. Sicuramente se avessimo potuto saremmo scappati tutti, italiani ed austriaci. Ricordo che in punti non  visti, ci scambiavamo sigarette con pane o altro cibo; non c’era rancore o voglia di vendetta.

Nell’ottobre del 1916 arrivò l’ordine di attaccare e così sono partito assieme agli altri per conquistare il Dente del Pasubio. Per arrivare sulla cima abbiamo dovuto usare le corde-maniglia e salire uno alla volta sulle pareti rocciose. Bisognava usare tutte le cautele possibili per non far sospettare i nemici, tuttavia ci avvistarono prima che tutti noi potessimo raggiungere il posto prestabilito. Attaccarono subito con un bombardamento terribile; tutte le loro batterie erano puntate sul Dente del Pasubio e noi cercavamo di ripararci dietro alle rocce o dietro i sacchi di sabbia. Le granate piovevano come saette e scoppiavano ad un metro di distanza l’una dall’altra, crivellando il terreno centimetro per centimetro. I morti non si contavano più, i feriti giacevano ovunque: si lamentavano, urlavano, invocavano aiuto. Il 16 ottobre anch’io rimasi ferito perché fui colpito da una pallottola ad un piede. Il sangue mi usciva abbondantemente ed io cercavo di legarvi un fazzoletto per fermarlo.  Un mio compagno vicino, un certo Zen da Pove del Grappa mi soccorse, mi caricò sulle spalle e scese da quelle guglie in cui ci trovavamo aiutandosi con le corde-maniglia. Appena toccò terra, incurante della ferita, scesi con un balzo dalle sue spalle e mi misi a correre zoppicando. Non sentivo né il dolore né la voce dell’amico che mi invitava a fermarmi. La paura, l’eco degli spari, gli scoppi, i lamenti dei feriti, mi avevano fatto perdere l’uso della ragione. Raggiunsi il pronto soccorso del campo dove mi prestarono le prime cure adagiandomi su una barella e portandomi al primo ospedale da campo. Da lì, sul dorso di un mulo, raggiunsi il secondo ospedale: un baraccone più grande e più attrezzato del primo. La pallottola mi era rimasta conficcata nel piede ed avevo quindi bisogno di un’operazione per estrarla. Con una camionetta mi portarono all’ospedale di Schio e poi a Bergamo, dove mi prestarono le cure necessarie. Ebbi due mesi di convalescenza che trascorsi a Solagna, dove i miei erano profughi.

Rientrai nel servizio militare con destinazione Verona, dove rimasi per alcuni mesi, per essere poi trasferito a Bagnolo di Treviso con il compito di istruire coloro che avevano “disobbedito” in guerra, cioè i delinquenti, in attesa che fossero portati in prima linea. Da qui fui trasferito a Piacenza, sempre nella compagnia speciale di istruzione, per preparare alla guerra persone poco raccomandabili dal punto di vista militare: disertori, sbandati, ribelli e militari senza alcun documento. Formarono tre reggimenti da trasferire in Africa: il primo fu mandato a Tripoli, il secondo partì verso la Cirenaica per dare il cambio ad altrettanti commilitoni pronti per la guerra, ma fu silurato da un sottomarino causando molti morti e feriti; infine il terzo a Tobru (Tobruk? Ndr). Io mi trovai in quest’ultimo: ero l ‘attendente del capitano e quando questi se ne andò feci l’attendente del tenente. Mi trovavo bene e soprattutto ero tranquillo, perché lontano dalla guerra. A guerra finita tornai a casa:”

 

Oro Giacomo, classe 1893, di Foza

 

“Ero di servizio militare e quando nel 1915 scoppiò la guerra fui inviato come molti alpini a Bascosecco ai piedi della Cima XII dove c’era la linea del confine nemico.

Il 24 maggio del 1915 alle ore 17 partì il primo colpo di cannone dal Forte Verle sul nostro Forte Verena. Il forte che prima della guerra era sembrato inespugnabile cedette nei primi giorni e precisamente il 12 giugno perchè un proiettile di artiglieria entrò attraverso un aspiratore d’aria nella galleria sotterranea delle munizioni facendo esplodere tutto e causando la morte di diciannove soldati ed un capitano, spazzati via dallo spostamento d’aria. E’ stata un’amarezza per tutti quando si è visto mancare la fortezza. Gli ufficiali hanno pensato di installare dei cannoni di legno, dipinti di nero, per far credere al nemico che fossero ancora in funzione e si continuò a sparare con i mezzi rimasti cercando di confondere la realtà.

Il Forte Verle era invece inaccessibile e per quanto mi ricordo davanti era protetto da circa quaranta metri di roccia e la piazzola sporgeva appena. Aveva un’enorme cupola d’acciaio e nel mezzo c’era un grosso cannone e quando i nostri sparavano e colpivano la calotta, le pallottole e le schegge scivolavano via senza recare alcun danno. Tutt’intorno il Verle, nella parte superiore, era coperto da due, tre metri di sabbia per cui le nostre cannonate si smorzavano dentro. Si continuò tuttavia a sparare e mi dissero che con tutti quegli ordigni  mi sarebbe potuto costruire un forte, penso che molti siano finiti nel Lago di Caldonazzo senza alcun effetto.

Io ed i miei commilitoni, quattro compagnie con circa ottocento alpini del Battaglione Bassano, affiancati dalle fanterie tutti impegnati in questa azione, cercavamo di portarci lentamente verso il fronte avanzando di nascosto nel fitto bosco. Quando arrivò dal comando l’ordine di assaltare  la cima siamo partiti con forza e sicurezza e convinzione di arrivarci, ma a circa quattrocento metri di distanza in linea d’aria ci siamo accorti che il forte era protetto tutt’intorno da reticolati per una distanza di circa duecento metri. Abbiamo provato ad aprirci un varco tagliando il filo spinato con le trance o meglio si offerse una squadra di volontari e subito si resero conto che era impossibile avanzare perché tutto il fronte era occupato metro per metro. Di notte tagliavano il filo spinato con le massime cautele e di giorno si partiva all’attacco. Io ero sempre in postazione sul fianco dello Spitz in attesa di qualsiasi cosa potesse capitare perché data la situazione poteva succedere di tutto. Mi riposavo qualche attimo quando non ne potevo più, chiudevo gli occhi ma non riuscivo a dormire; ero sempre attivo, pronto ad alzarmi al minimo rumore, al cenno di un compagno. Quando dovevo partire un brivido mi assaliva per alcuni minuti poi mi tranquillizzavo e non ci pensavo più; paura o no bisognava andare.  Nonostante i nostri sforzi è stato impossibile arrivare al forte: la fanteria era troppo debole e non riuscì a tenere impiegati i nemici che ci controllavano respingendoci; molti sono stati i morti, specialmente alpini.

Ricordo che un giorno un mio commilitone che tentava di introdursi attraverso i reticolati nel campo nemico fu raggiunto da una pallottola e rimase infilzato nel filo spinato. Nessuno poté soccorrerlo perché sarebbe stato certamente colpito dall’avversario che sorvegliava passo per passo il proprio campo. Dopo tre giorni in un momento di tregua, i  nostri andarono a prendere il corpo del povero soldato, penzoloni al limite del campo quale triste spettacolo di una terribile realtà. Nessuno parlava ma l’occhio di tutti era fisso verso quella immagine agghiacciante, verso il filo spinato.

Sono rimasto fino al 15 agosto 1915 giorno in cui fui ferito ad una gamba da una pallottola esplosiva. Era notte fonda e con i miei compagni ero partito all’assalto quando fui colpito, inaspettatamente ed in modo abbastanza serio perché non potevo muovermi, non potevo alzarmi e neppure trascinarmi per cercare di retrocedere e nascondermi. Chiesi aiuto ma intorno a me c’erano solo morti e feriti; sentivo lamenti agonizzanti di chi non aveva più fiato ed invocava aiuto, grida soffocanti, invocazioni di preghiera, la parola “mamma” in mille maniere: bisbigliata, soffocata tra i singhiozzi, fra i sospiri, quasi a bassa voce, perché il figlio morente avrebbe voluto averla vicina in quell’ultimo attimo di vita. Alcuni commilitoni gridavano con tutta la loro voce. Si sentivano imprecazioni contro la guerra, contro i nemici, contro gli ufficiali, contro la vita, contro tutti e contro tutto. C’era chi bestemmiava e chi invocava Dio che potesse intervenire improvvisamente e porre fine a quella tragedia in quel massacro terrificante. Cercai di tamponare la ferita per fermare il sangue che usciva abbondantemente e legai con il fazzoletto. Ovunque si sentivano spari, scoppi, la montagna sembrava coperta da un incessante temporale senza nuvole, accompagnato da lampi e tuoni continui. C’era una infestante puzza di fumo e di bruciato; i fuochi causati dalle esplosioni delineavano delle ombre impotenti sul terreno che cercavano di rialzarsi, che agitavano le braccia per chiedere soccorso o che piegavano lentamente il capo per vedere se qualcuno arrivava ma poi lo reclinavano pesantemente sul terreno perché il dolore era troppo forte e le forze mancavano. Da tre giorni si combatteva ininterrottamente e la battaglia continuava. Cercai di farmi coraggio rimanendo immobile fra i morti fino a notte fonda perché il nemico sparava anche ai feriti  e quindi una minima mossa poteva essere fatale. I miei non potevano soccorrermi perché erano impegnati in un lotta dove chiaramente avevamo la peggio. Chi correva, chi sparava, chi indietreggiava, chi si nascondeva, si sentiva bisbigliare, chiamarsi, alcuni nell’ombra facevano nascostamente dei cenni ai compagni. Qualcuno scappava e veniva raggiunto dalle pallottole avversarie alle spalle, cadendo. Il nemico faceva capitolare precipitosamente i nostri senza alcun scampo. Fu un giorno terribile per noi tutti perché non si poteva ritirarsi: o farsi ammazzare o darsi prigionieri. Io e tutti gli altri che come me non erano feriti in modo molto grave abbiamo dovuto darci prigionieri. Era quasi giorno e in un momento di tregua i tedeschi ci obbligarono a seguirli. Con grande amarezza mi resi conto della situazione, alzai le braccia e zoppicando seguii il soldato che mi accompagnò al comando tedesco reggendomi per un braccio. Mi portarono in infermeria dove mi medicarono; qui c’erano molto italiani. Nessuno parlava tuttavia si sentivano qualche lamento e qualche imprecazione a bassa voce. I nostri volti erano i volti solcati dalla sofferenza. I nostri sguardi correvano veloci e furtivi da una parte all’altra della stanza, si soffermavano un attimo sulle ferite, sul volto del compagno altrettanto sofferente e poi ritornavano verso la porta quasi a cercare un’uscita verso un volto amico che ci avrebbe riportati fuori, nel nostro accampamento. La speranza è sempre l’ultima a morire ed io in cuor mio pensavo che facessero uno scambio di prigionieri. Il giorno dopo arrivò un ufficiale tedesco e ci disse di prepararci in fretta perché ci avrebbero condotti da un’altra parte.

Ci accompagnarono al castello di Lubiana con dei camion militari dove rimasi per circa due mesi ricevendo le cure necessarie. Tutti i giorni erano uguali; tra noi feriti si parlava del passato ma purtroppo mai del futuro perché tutti aggiungevamo sempre dei “ma…..” quando si toccava l’argomento. Si sapeva che ci aspettava la prigionia, chissà dove e come…… A Lubiana ci davano da mangiare e ci trattavano bene; sarei rimasto volentieri anche perché seppi che sui campi di battaglia i nostri erano stati sconfitti duramente: morti e feriti a non finire.

Da qui, con dei camion, mi portarono insieme con altri compagni guariti a Mathausen, nel campo di concentramento. Ricordo lunghe file di baracche su un terreno battuto, sporco, senza un  filo d’erba mentre all’esterno si aggiravano delle persone; il passo stanco trascinava dei corpi tutti coperti della stessa divisa, piuttosto abbondante per quelle membra rinsecchite troppo in fretta. Nei loro occhi infossati e sui loro sguardi freddi ed assenti si leggeva tutta la tristezza di uomini che non si ritenevano più tali. Qualcuno salutò i nuovi arrivati altri scuotevano la testa con un cenno di scoraggiamento come per dirci che avevamo in comune un triste destino.

Notai  anche dei sorrisi, appena abbozzati, su dei volti ossuti solcati da rabbiose sofferenze. Il campo recintato dal muro con filo spinato e le alte garrite con le sentinelle vigili ed attente spegnevano ogni speranza. Non dissi nulla, avevo visto tutto quello che c’era da vedere e soprattutto avevo compreso dove e come avrei finito i miei giorni. Mi avviai assieme agli altri verso la baracca assegnatami e mi sedetti sul letto che era un giaciglio di paglia; la gamba mi faceva molto male tuttavia cercai di riposare, di chiudere gli occhi, di non pensare. Non dissi nulla ai miei compagni di camera: ero stanco ma soprattutto avevo davanti agli occhi quel macabro spettacolo che mi si era presentato all’arrivo. Più tardi vennero degli infermieri tutti italiani che mi medicarono con pazienza e mi fecero coraggio e così con tutti gli altri feriti. Portarono anche del pane e del brodo di rapa che sembrava proprio acqua e non avevo fame; mi aveva preso allo stomaco un nodo simile ad una morsa che sembrava soffocarmi. Il giorno dopo cominciai a parlare con i miei compagni ed a mangiare e con il loro aiuto, non potendo camminare, uscii dalla baracca e mi sedetti davanti alla porta. Osservavo quelle figure da sole o a gruppetti in un lento, continuo e rassegnato aggirarsi attorno alle baracche e nel cortile, poi guardavo il muro con il filo spinato, alto, impossibile. Gli infermieri venivano a curarmi ogni giorno, fino a completa guarigione. Durante l’inverno sono sempre rimasto dentro la baracca; con i miei compagni parlavo delle nostre famiglie e della guerra ma nessuno osava dire qualcosa sulla realtà alla quale eravamo condannati, per paura di essere sentiti o traditi da qualche spia. Meglio essere stati in guerra, meglio essere morti da una fucilata che lasciati morire lontano, fra i nemici. Ogni giorno che passava avevo sempre più fame, il brodo di rapa ed il pezzo di pane non mi bastavano, ma non c’era altro. Dimagrivo a vista d’occhio come tutti gli altri e mi sentivo sempre più debole. Quanta fame ho patito! Ogni giorno morivano dei compagni, i più deboli: o venivano trovati al mattino sui giacigli o nel cortile quando uscivano per tentare di respirare un po’ d’aria. Eravamo dei cadaveri ambulanti sorvegliati da guardiani muniti di manganello e pronti ad intervenire alla nostra minima reazione. Ricordo che c’erano molti serbi in quel campo a Mathausen ma non vedevo mai nessun infermiere entrare nelle loro baracche. Un giorno chiesi all’infermiere, che era venuto a medicarmi, il motivo per cui nessuno curasse quei poveri serbi, molti dei quali erano arrivati con me, feriti e perché non portassero loro da mangiare. Mi spiegò che avevano ricevuto l’ordine di non occuparsi assolutamente dei serbi considerati dei traditori, in quanto un loro connazionale  aveva ucciso l’arciduca austriaco causando la guerra. Erano stati abbandonati a se stessi e quindi potete immaginare la loro situazione: i feriti marcivano sui giacigli, aiutati solo dai compagni finchè era loro possibile perché senza mangiare si fa presto ad indebolirsi. Ogni giorno portavano fuori dalle baracche dei morti o li raccoglievano nel cortile, in uno stato pietoso da non poter nemmeno descrivere. Era un macabro corteo: figure di scheletri traballanti che dovevano portare alla fossa i loro compagni seminudi, sporchi con un viso coperto di barba, i capelli arruffati. Con il passare dei giorni serbi morirono come le mosche e non si vide quasi più nessuno di loro nel cortile. Ricordo gli ultimi, poveri disgraziati con gli occhi che sembravano uscissero dalle orbite e le ossa che si potevano contare una ad una; molti si trascinavano con il corpo ripiegato su se stesso. Mi dissero di qualche italiano impietosito dava loro, di nascosto, un pezzo di pane. Nel campo ci fu anche una infestazione che causò molti morti probabilmente è stato dovuto alla condizione disumana dei serbi. Un giorno con grande sorpresa, vidi entrare nella mia baracca il compaesano Luciano Menegatti “cavabuse”. Ricordo che mi salutò e mi sorrise, scosse la testa e allargò le braccia in segno di sconforto e si mise a piangere. Poi venne a trovarmi ogni giorno; parlavamo del paese e delle nostre famiglie delle quali però nessuno di noi aveva notizie. Con questi ricordi diceva che gli sembrava di respirare aria di casa  m,a si vedeva che soffriva immensamente. Ogni volta che usciva piangeva ed io cercavo di incoraggiarlo; ripeteva che aveva tanta fame, non ce la faceva più e sembrava che non avrebbe più visto i suoi. Piangeva, piangeva sempre e scuoteva il capo con amara rassegnazione. Una volta gli diedi un pezzo di pane, mi ringraziò mille volte e lo mangiò in tre bocconi. In quel campo di Mathausen c’era  anche Antonio Cappellari “bartocoeo”; venne a trovarmi e ricordo che nonostante l’aspetto sofferente aveva molto coraggio e diceva che avrebbe voluto uscire da quell’inferno ad ogni costo. Mi raccontò che aveva tentato  due volte di scappare: di nascosto aveva dato un pezzo di pane alle sentinelle, affamate pure loro ma dovette retrocedere.

Da quell’inferno di Mathausen  uscìì nel novembre del 1917 e tornai in Italia, quindi a casa, per scambio di prigionieri. Rimasi invalido di guerra e fui fatto “Cavaliere di Vittorio Veneto”.

               

 

 

 

 

 

 

 
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